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Forum sulle società degli storici

La Direzione della rivista Contemporanea ha gentilmente concesso di poter pubblicare nel Dossier di Sisscoweb su “Associazioni e Istituti di ricerca in Italia” il seguente “Forum sulle società degli storici”. Il forum è apparso con il titolo Le associazioni degli storici italiani nella Rubrica In Evidenza di Contemporanea, Rivista di storia dell’800 e del 900, a. III., n. 2, aprile 2000 (©, Editore Il Mulino).

In Evidenza
Le associazioni degli storici italiani. Intervengono Ennio Di Nolfo, Andreina De Clementi, Sergio Zaninelli, Anna Maria Lazzarino Del Grosso, Guido Melis, Raffaele Romanelli.
Corporazione e società

Tra gli storici italiani le istanze associative sono state tradizionalmente assai flebili, in parte forse anche perché logorate dall’alternativa tra organismi dal prevalente carattere istituzionale e, all’opposto, sodalizi fortemente connotati, in senso ideologico, specialistico o localistico. Non pare azzardato ricondurre a questa debolezza la scarsa coesione della ‘corporazione’ e la prevalenza, al suo interno, di forme di appartenza e vincoli informali e scarsamente visibili, ma, proprio per questo, ben temprati e, ad un tempo, tra loro tenacemente antagonisti.

Soltanto in anni recenti sono sorte anche in Italia associazioni che, statutariamente, si propongono di rappresentare universi, più o meno ampi, di storici e di promuovere il dibattito su temi di rilievo scientifico, non meno che su questioni attinenti lo status della disciplina e dei suoi cultori. Si tratta di iniziative meritorie, che possono ben vantare attività e risultati di notevole rilievo. E’ indubbio, però, che nel complesso resta ancora assai profondo il divario con la vigorosa tradizione associativa presente in numerosi paesi stranieri, in particolare in Germania e negli Stati uniti. Né di molto attenuata pare la riluttanza di molti storici a farsi responsabilmente partecipi di un sodalizio associativo largamente rappresentativo. Per quante molte e non tutte criticabili siano le ragioni di questo persistente ‘individualismo’, certo è che nel lungo periodo la debolezza dell’associazionismo non può che riflettersi sul ruolo culturale e civile degli storici, oltreché sulle forme e i criteri di reclutamento, selezione e autogoverno della ‘corporazione’.

Ancor più, nella presente stagione di marcati rivolgimenti, tanto dell’organizzazione accademica, quanto del rilievo sociale delle discipline storiche, quelle associazioni sono chiamate a svolgere una funzione di orientamento, di elaborazione e di proposta insostituibile e oltremodo urgente. “Contemporanea” è convinta che un aperto confronto sulla natura, le finalità e le difficoltà delle associazioni degli studiosi di storia possa contribuire a rafforzarne il ruolo e la rappresentatività. Di questo ha invitato a discutere la presidenza di alcune delle maggiori associazioni, augurandosi che il dibattito si allarghi ulteriormente.

Alla Giunta centrale per gli studi storici, alla Società degli storici italiani, alla Società italiana delle storiche, alla Società italiana per lo studio della storia contemporanea, alla Società italiana degli storici dell’economia, alla Associazione italiana degli storici delle dottrine politiche, alla Società per gli studi di storia delle istituzioni abbiamo chiesto, anzitutto, a quali studiosi ñ accademici e non ñ si rivolgano e su quali presupposti o condizioni intendano rappresentarli; quali siano le finalità prioritarie della propria associazione e con quali strumenti, mezzi e iniziative si propongano di perseguirle; come valutino l’attività da loro finora svolta e quali obiettivi e mezzi si ripromettano di adottare per il futuro; infine quale ritengano essere il ruolo delle associazioni rispetto a due questioni cruciali per la ‘corporazione’: la presenza degli storici nel dibattito culturale, nella formazione dell’opinione pubblica e della memoria civile (il cosiddetto “uso pubblico della storia”) e, verso l’interno, l’elaborazione e la regolamentazione delle procedure di accesso alla professione storica, anzitutto in ambito accademico (il cosiddetto problema del ‘reclutamento’ o della ‘cooptazione’).

Nel pubblicare gli interventi dei Presidenti di quelle associazioni – ad eccezione di quella del Professor Rosario Villari, che ha ritenuto opportuno non intervenire, per la natura non prettamente associativa della Giunta centrale per gli studi storici e per la particolare contingenza che vede quellíistituzione in via di riforma ñ líauspicio non rituale che formuliamo è che le informazioni e gli orientamenti qui autorevolmente espressi promuovano una discussione ampia e vivace.

La Società degli storici italiani
di Ennio Di Nolfo

La parabola della “Società degli storici italiani” rispecchia in modo fedele líandamento della vita accademica italiana e la diversità del modo secondo il quale gli studi storici vi furono organizzati. Forse è possibile affermare che, fra le organizzazioni “non istituzionali” afferenti agli studi storici, la “Società” ha la storia più lunga. Essa venne fondata nel 1963, quando il manipolo degli storici era ancora limitato a poche decine di persone. Raggruppava dunque quanto di meglio líUniversità potesse allora offrire e, sotto la guida del medievalista milanese Martini, acquistò presto un prestigio, reso tanto più forte dalla tentazione dei fondatori di considerare la “Società” come una sorta di “Accademia”, alla quale ammettere in modo assai selettivo solo coloro che avessero tutti i requisiti universitari e scientifici appropriati. Si discuteva sulla possibilità che gli assistenti di ruolo fossero ammessi e questa discussione si protrasse a lungo, allargandosi al campo del precariato accademico, sino al 1992. In quelle condizioni, líeletta congregazione che dirigeva allora la “Società” trovava sul piano dellíinfluenza accademica e della stima interpersonale (anche se viziata dalle inevitabili rivalità) la sua ragion díessere e il suo prestigio. In pratica essa riusciva a farsi portavoce in modo praticamente efficace, delle istanze degli storici che facevano capo allíorganizzazione.

I problemi nacquero quanto, sul finire degli anni Sessanta, la Società venne anchíessa investita dalle questioni che investirono la vita universitaria italiana: la liberalizzazione degli accessi, la nascita di una università di massa, la moltiplicazione dei corsi imposta dalle riforme degli statuti di molte facoltà, la nascita delle facoltà di storia, insieme con líaspra dialettica politica che la crescita del corpo dei soci rendeva inevitabile, misero allo scoperto le contraddizioni non risolte che attraversavano la “Società”. Si trattava di interessi riguardanti i campi di studi: in quegli anni la storia contemporanea e le materie affini a questa decollarono a scapito dei più tradizionali insegnamenti di Storia Medievale e di Storia Moderna. Si moltiplicava il numero degli addetti e cresceva il numero di coloro che bussavano alla porta della “Società” per chiedere di esservi ammessi. I contemporaneisti portarono, in questa trasformazione, una mentalità che inevitabilmente collideva con quella di studiosi abituati a metodologie ben più consolidate. Accanto a ciò (con evidenti intersezioni) la crescita del numero dei docenti e la fine del monopolio di alcune scuole legate ai maestri più anziani, sovrappose al rispetto delle gerarchie tradizionali la visione suggerita dalle propensioni politiche.

Senza che sia possibile, in questa sede, senza avere sottíocchio fonti adeguate, sviluppare un discorso più analitico, è lecito affermare che la crescita numerica, il cambiamento dei rapporti fra settori disciplinari e la dialettica politica investivano la “Società” in modo devastante. Vi furono ripetuti tentativi di dare vita a sezioni separate, o tentativi di attuare operazioni scissionistiche. Una serie di colleghi si adoperò per cercare di far uscire dalle secche la “Società”, magari piegandola alla logica delle rispettive visioni personali. Del resto, la mancanza di una registrazione accurata sullíappartenenza e la tradizionale riluttanza dei soci a versare il loro contributo associativo rendevano líassetto sociale particolarmente volatile e sempre esposto ai colpi di mano. Da questa situazione nacque, a poco per volta, la propensione a costituire associazioni tematiche più coese anche se più circoscritte, quanto agli obiettivi.

Gli anni Ottanta furono caratterizzati dalla presidenza di Luigi De Rosa, grande organizzatore, capace di mobilitare le risorse più inaccessibili. Si deve a lui se nel 1986 la “Società” riuscì a organizzare ad Arezzo un imponente convegno su La storiografia italiana degli ultimi ventíanni, gli atti del quale furono pubblicati nel 1989 in tre volumi laterziani. Nonostante la diversità di spessore dei vari contributi è ovvio che líimpegno del 1986 rappresentò un momento di notevole vitalità e diede anche un notevole contributo allíaggiornamento del dibattito sulla storiografia italiana negli anni più recenti. A quel convegno ne seguirono altri, dedicati in particolare alla professione dello storico e ai dottorati di ricerca, e esso fu poi, in un certo senso, completato dal convegno, tenuto a Firenze nel 1992, sul tema “Gli altri e noi”, sintesi del tentativo di recepire da studiosi stranieri il mutato apprezzamento della storia italiana e del lavoro storiografico condotto in Italia negli ultimi decenni. Fu in quella occasione che, in occasione del congresso sociale, líautore di questa nota venne eletto presidente della Società degli storici, mentre De Rosa venne designato come presidente onorario.

Il problema da fronteggiare nel 1992 era già affiorato negli anni precedenti. Le trasformazioni prima accennate erano divenute un pressione irresistibile. Nel 1992, líassemblea degli iscritti decise di aprire la “Società” anche ai dottori di ricerca in materie storiche. Il che significava, a un tempo, allargare il corpo sociale ma manche moltiplicare le occasioni di diversità di vedute. Per superare questi ostacoli, líunica via parve quella di dare alla “Società” una sua composizione numerica precisa, ritessendo la trama dei regolari tesseramenti ma, al tempo stesso, mantenendo la quota a un livello simbolico (ventimila lire líanno). I Soci salirono in un paio díanni a circa 400, in regola con il versamento delle quote.

Líaltro aspetto dellíattività fu quello, del tutto fallimentare, di proporsi come punto di contatto per le società connotate da un interesse storiografico circoscritto, tematicamente o metodologicamente. In tal modo la “Società degli Storici” avrebbe potuto diventare una sorta di punto di riferimento dal carattere quasi-sindacale, e ispirata comunque dal progetto di affrontare in termini pratici le difficoltà del lavoro dello storico in una società e in una Università in rapido cambiamento. Dal momento in cui altre società (tematiche) avevano occupato gli spazi del dibattito scientifico, questo appariva il senso di un coordinamento nazionale fra coloro che, in varia condizione, esercitano la professione di storico o partecipano agli studi storici. Il progetto, come si è detto, non ha avuto fortuna. Dal 1996 in avanti la “Società” è rimasta abbastanza bloccata, forse dallíinadeguatezza dei suoi nuovi dirigenti, forse da una complessità di cambiamenti tali da richiedere ben altre risorse, rispetto a quelle disponibili. Ciò non significa che la “Società degli Storici” possa considerarsi estinta. Significa invece che altri dovranno farsi carico di recuperare il corpo sociale esistente, offrendogli altre e più persuasive, ipotesi di lavoro.

La Società delle Storiche
di Andreina De Clementi

La Società Italiana delle Storiche festeggia quest’anno il suo primo decennale, essendo stata fondata nel 1989. Questo approdo è stato il frutto di una valutazione politica rimasta inalterata nel corso di questo decennio , e che attiene alla caratterizzazione maschile della storiografia italiana, sia sul piano scientifico che su quello accademico-professionale. Si è ritenuto che – a somiglianza di quanto è accaduto e sta accadendo in altre discipline – un’associazione di sole donne potesse essere lo strumento più efficace per promuovere la visibilità delle storiche e imporre all’attenzione della comunità scientifica la storia delle donne e la “gender history”.

Ma ciò non ha significato una scelta separatista. La S.I.S. non intende affatto precludersi la possibilità di dialogare con gli storici; alcuni di loro, ad esempio, parteciperanno al suo II Congresso nazionale, che si terrà a Venezia il 3-5 febbraio p.v. e ha in vista forme di collaborazione con la Sissco.

La SIS conta oggi circa 350 socie tra docenti universitarie, ricercatrici, insegnanti, bibliotecarie, distribuite sul territorio nazionale. Sono previste due forme di iscrizione, l’una riservata a chi esercita con continuità l’attività di ricerca, e l’altra aperta a tutte coloro che sono interessate all’informazione e alla partecipazione alla vita della Società. Si è voluto in tal modo offrire una possibilità di aggregazione a tutte coloro che, a prescindere dalla collocazione professionale, desiderano contare su un legame organico .

Questa flessibilità investe anche la tipologia delle storiche a cui ci si rivolge: non soltanto storiche delle donne – o, secondo il paradigma invalso più di recente, di “genere” – ma storiche tout court. E non solo italiane. Sono socie a tutti gli effetti parecchie studiose straniere.

Gli scopi istituzionali riguardano quindi la valorizzazione dell’esperienza e della soggettività femminile e il rinnovamento della ricerca e dell’insegnamento. In questi ambiti, la SIS ha al suo attivo una vasta gamma di iniziative. Ha organizzato con cadenza biennale seminari di ricerca confluiti in pubblicazioni che affrontano alcuni snodi cruciali della storia delle donne in un’ottica diacronica, dall’antichità alle società contemporanee, su temi quali soggettività e biografia, la trasmissione intergenerazionale dei saperi, la santità, il viaggio e, buoni ultimi, nel mese di ottobre u.s., i diritti umani, dove la ricognizione storica sulle origini e gli sviluppi di questa tematica è stata integrata dalla valorizzazione della Carta delle Donne, approvata dall’ONU nel 1979 e, nel mese di novembre, un pomeriggio di studio dedicato alla figura di storica e organizzatrice culturale di Annarita Buttafuoco , scomparsa prematuramente nella tarda primavera di quest’anno.

Il lavoro di ricerca delle socie conosce uno dei momenti di massima densità e interazione reciproca in occasione dei congressi nazionali, a cadenza quinquennale, aperti anche alla partecipazione di colleghe e colleghi stranieri. Il primo si è svolto a Rimini nel giugno 1995, il secondo si terrà, come già detto, a Venezia nel febbraio 2000 sul tema “Corpi e storia. Pratiche, diritti, simboli”

Soprattutto alle giovani generazioni è rivolto il premio ad una ricerca inedita intitolato a Franca Pieroni Bertolotti, organizzato assieme all’assessorato alla cultura del Comune di Firenze. Da diversi anni, tesi di laurea e, più di recente, di dottorato, affluiscono numerose da tutta Italia, a testimoniare il progredire della storia delle donne e di genere nelle nostre università quanto l’emergere di nuove promesse storiografiche. Poiché è ben presto invalso il criterio della duplice segnalazione, a tutt’oggi, il premio è stato assegnato a una ventina di giovani ricercatrici, per le quali ha spesso costituito una sorta di rito di passaggio al mestiere di storica e, nei casi più fortunati, l’inizio di un percorso professionale.

Alle più giovani, ma non solo, è dedicata un’altra istituzione “storica”, la Scuola Estiva di “Stioria e cultura delle donne” – da quest’anno intitolata ad Annarita Buttafuoco -, in collaborazione con l’Università di Siena, ospitata ogni anno in due settimane di agosto dalla certosa di Pontignano. La certosa si trasforma per l’occasione in un luogo d’incontro tra generazioni e provenienze diverse. Le corsiste, un centinaio in tutto, hanno modo di conoscersi, stringere nuove amicizie e intrattenersi con le docenti anche nei momenti liberi dagli impegni di studio. La frequentazione della Scuola richiede una preparazione di livello universitario e le insegnanti sono, a loro volta, di solito, docenti universitarie .

Espressamente concepiti per le insegnanti, i corsi di formazione, promossi in proprio o assieme ad altri enti. Va ricordato in particolare il corso triennale concordato col Ministero della P.I.e giunto quest’anno al suo ultimo ciclo. Il corso ha carattere residenziale e si tiene a Bacoli (NA), ha la durata di una settimana ed è monotematico; il primo ha avuto un carattere introduttivo metodologico, il secondo verteva su “coepo e identità di genere” e il terzo, conclusivo, verrà dedicato alle tematiche della cittadinanza.

Di queste molteplici attività, come delle iniziative periferiche, ha dato conto fino a ieri il periodico semestrale “Agenda”, molto più di un semplice bollettino, costantemente arricchito com’era da resoconti dettagliati delle iniziative trascorse e future, brevi articoli, recensioni. Stampata a Firenze, “Agenda” è stata lo strumento di informazione e di promozione delle attività della SIS. Ha chiuso le sue pubblicazioni dopo ventun fascicoli alla fine del 1998 per far posto a un progetto più ambizioso a cui si pensava da tempo, una vera e propria rivista. Un’impresa resa più ardua dagli attuali costi editoriali, ma che dovrebbe colmare il vuoto lasciato dalla chiusura di “Memoria” e fare giustizia del nostro poco invidiabile primato negativo europeo in fatto di periodici di storia delle donne e di genere.

Nel tracciare un bilancio di questi primi dieci anni è quasi impossibile non ricadere nello stereotipo di “luci e ombre”, bene e meno bene. Le iniziative drgli esordi si sono consolidate, sono diventate appuntamenti fissi attorno a cui si raccoglie un’area di consenso e di interesse.. E sono diventati più frequenti e fattivi i rapporti con le istituzioni. La nascita della SIS è stata una scommessa sulla legittimità scientifica della storia delle donne e sulla utillità di un’associazione di storiche. Una posta piuttosto alta e certo non ancora vinta, ma che si è potuta giovare del credito attribuito dall’UE alla cultura delle donne. Si sono via via stemperati ostilità e pregiudizi, ma ne è stata poco scalfita la sostanza; la “political correctness” ne ha scoraggiato l’esibizione, ma siamo ancora lungi dal riconoscimento delle innovazioni scientifiche introdotte dai paradigmi della storia delle donne come dal superamento della condizione di minorità professionale in cui le storiche tuttora si dibattono.

Va da sè, comunque, che non tutto sia andato per il meglio. Il tasto più dolente è il processo di invecchiamento subito dalla SIS. L’età media delle iscritte è infatti compresa tra i quaranta e i cinquant’anni e questo non può che essere letto come il sintomo di una difficoltà a rinnovarsi, a entrare in sintonia anche con le ultime generazioni, su cui sarà necessario avviare una riflessione.

Malgrado si rivolga ad una platea più ampia di quella universitaria, la SIS ha più volte affrontato il problema della grave sperequazione di genere propria del reclutamento e delle carriere accademiche. Le ormai numerose indagini statistico-sociologiche hanno messo a fuoco alcune costanti: che, mentre le laureate in Lettere o in Scienze Politiche (le facoltà da cui provengono di norma gli storici) superano i laureati, e agli inizi della carriera donne e uomini, vengono reclutati in misura quasi pari, ma le tappe successive vedono la quota-donne farsi sempre più esigua. Il vertice della piramide è quasi esclusivo monopolio maschile. Questo trend riflette anche,, con piccole oscillazioni, l’andamento delle altre discipline, tanto umanistiche che scientifiche, a fronte di una crescita pressoché generalizzata delle laureate.

Il fenomeno è stato oggetto di ricerche approfondite (si veda: AA.VV. Quali ecoomiste?, Il Mulino, Bologna 1999) e non è questa la sede per analizzarlo. La SIS ha promosso o partecipato a diversi incontri con colleghe di altri settori, nel corso dei quali sono stati evidenziati i termini di un problema cui si sta prestando un’attenzione sempre maggiore. Sulle soluzioni, però, sussistono opinioni divergenti, tra chi intravvede la necessità di imporre misure prescrittive riparatorie dello svantaggio finora accumulato (le cosiddette “azioni positive”, adottate da vari paesi occidentali), e chi preferisce invece non recedere da una selezione meritocratica.

Quanto infine al tema dell’uso pubblico della storia, è tutt’uno con i motivi costitutivi della associazione. Si tratta infatti di persuadere per un verso la comunità scientifica, per l’altro l’opinione pubblica, i media, ecc. che le donne appartengono alla storia, che la sua reintegrazione nei temi di ricerca correnti ne costituisce un arricchimento e una complessificazione di insostituibile valore euristico e che spazi e ruoli ancora troppo spesso relegati tra i dati della natura (quali il lavoro non riconosciuto, domestico e no, la famiglia, la maternità, ecc.) sono in realtà soggetti ai mutamenti propri delle dinamichei storiche e alle disparità dei contesti di riferimento, e che, se lo scopo primario della storiografia concerne la rappresentazione e l’interpretazione delle società e delle problematiche del passato, escluderne le donne equivale a restituirne immagini amputate e deformanti.

A questo proposito, si possono citare due casi esemplari di uso politico della storia delle donne: la Carta delle Donne approvata dall’Onu nel 1979 e il cosiddetto dibattito sulla “paritÇ” sfociato nella riforma costituzionale francese del giugno 1999.

Sono stati, entrambi, il prodotto di una forma di osmosi tra indagine storica e iniziativa politica. La Carta delle Donne ha rappresentato una fuoruscita dalla genericità delle definizioni originarie dei diritti umani per gettare uno sguardo più attento alle specificazioni dei rapporti di potere disuguali che penalizzano le donne anche, ad esempio, tra le pareti domestiche. Viceversa, la problematica della “paritÇ” ha rimesso in discussione i principi dell’89 e ha contribuito a far emergere la crisi dei concetti fondanti delle democrazie occidentali di fronte alle sfide della società contemporanea. In entrambi i casi, la storiografia delle donne ha sostanziato e conferito spessore e solidità scientifica ad iniziative politiche di così ampio respiro.

Questi esempi non esauriscono certo le potenzialità dell’uso pubblico. Su un aspetto, tra i tanti, potrei richiamare l’attenzione e indicare le possibilità di intervento diretto della SIS, l’adeguamento dei manuali scolastici, dalle elementari in poi, alla differenza di genere. L’educazione delle giovani generazioni potrebbe in tal modo modificare e plasmare una mentalità corrente ancora troppo imperniata su modelli maschili.

Gli storici dellíeconomia
di Sergio Zaninelli

La Società Italiana degli Storici dellíEconomia (S.I.S.E), fondata a Milano il 19 giugno 1984, si è rivolta a tutti gli studiosi di storia economica e di storia del pensiero economico e quindi non solo a coloro che praticavano queste discipline in quanto organicamente inseriti nelle strutture universitarie, ma anche a tutti i cultori che a vario titolo le frequentavano al di fuori dellíambiente accademico. Con la sua istituzione, si voleva promuovere innanzitutto il progresso delle conoscenze in campo storico-economico e del pensiero economico e allo stesso tempo operare ai fini della loro divulgazione, in modo da sanare le gravi lacune che a tale riguardo caratterizzavano sia il dibattito culturale che la formazione dellíopinione pubblica nel nostro Paese.

Stando alle indicazioni statutarie, ciò sarebbe stato possibile in primo luogo programmando e coordinando una serie di iniziative di studio volte a indirizzare líattività di ricerca dei soci verso temi di particolare rilievo storiografico. Altrettanta importanza veniva poi attribuita ai collegamenti internazionali, sia mediante la partecipazione alle riunioni scientifiche indette allíestero, sia attraverso líinstaurarsi di rapporti di collaborazione con analoghe istituzioni straniere. Non meno rilevante risultava líimpegno per la realizzazione di pubblicazioni anche periodiche e di strumenti informativi al servizio dei soci. Líintento divulgativo era invece affidato a uníopera di sensibilizzazione da esercitare genericamente presso il grande pubblico e ancor più presso gli istituti superiori di ogni ordine e grado.

Questi diversi campi di azione sono stati via via affrontati dagli organi di governo della Società ñ essenzialmente riconducibili allíAssemblea annuale dei soci e al Consiglio direttivo rinnovato con il suo presidente ogni quadriennio ñ con risultati tutto sommato soddisfacenti tenuto conto delle persistenti difficoltà incontrate nella elaborazione e nellíattuazione dei programmi di volta in volta elaborati.

Senza dubbio la valorizzazione degli apporti individuali e di gruppo dei soci in direzioni di ricerca particolarmente significative, è stata sinora il versante più produttivo dellíattività sociale. Da questo punto di vista i tre convegni quadriennali si qui celebrati (“Credito e sviluppo economico in Italia dal Medio Evo allíEtà Contemporanea” – Verona, 4-6 giugno 1987; “Innovazione e sviluppo. Tecnologia e organizzazione fra teoria economica e ricerca storia (secoli XVI-XX)” – Piacenza, 1993; “Tra rendita e investimenti. Formazione e gestione dei grandi patrimoni in Italia in età moderna e contemporanea” – Torino, 22-23 novembre 1996) hanno rappresentato altrettante occasioni di spicco per far convergere il contributo dei soci su questioni nodali della storia economica italiana, consentendo in questo modo anche un valido confronto tra i diversi approcci metodologici presenti allíinterno della Società.

Simili iniziative congressuali si sono per altro accompagnate alla costituzione di gruppi di indagine. Alcuni di essi hanno condotto a pubblicazioni significative come quelle dedicate ai percorsi di industrializzazione in Europa, alla finanza pubblica in età di crisi, alle corporazioni e gruppi professionali in Italia e alla storia del pensiero economico italiano del Novecento. Altri non sono giunti a tanto e tuttavia hanno dato luogo ad una durevole e consistente mobilitazione di energie tradottasi in arricchimenti conoscitivi di un certo spessore. Proprio per questo i seminari stabili in cui questi gruppi di lavoro si sono spesso formalizzati, rappresentano un modello operativo che nel corso del tempo la Società continua a sostenere, seppur soltanto sul piano organizzativo, nel convincimento che siano la via migliore – sotto il profilo del metodo ma anche come costume di lavoro intellettuale – per concentrare ulteriormente gli sforzi e le risorse della disciplina su precisi e consistenti filoni di ricerca.

Anche la proiezione internazionale della Società si è ormai consolidata sia attraverso contatti istituzionali con la International Economic History Association e le analoghe associazioni francese e spagnola, sia attraverso la partecipazione coordinata di gruppi di soci a congressi, come è avvenuto per quanto riguarda lo studio delle corporazioni allíultimo convegno di storia economica tenutosi a Madrid. Sono poi da sottolineare i collegamenti intrattenuti attraverso diversi soci con altre istituzioni straniere del settore come la Business History Association, líEuropean Historical Economics, líEconomic History Society, líEconomic History Association. Inoltre, la S.i.s.e. si è fatta essa stessa promotrice di confronti internazionali come quelli organizzati tempo fa con gli studiosi della Association Française díHistorie Economique e con quelli spagnoli della Asociación de Historia Económica dedicati ad un bilancio comparato delle rispettive storiografie, e come avverrà prossimamente, sempre in collaborazione con i medesimi interlocutori, sul tema dei trasferimenti tecnologici nellíarea mediterranea tra medioevo ed età contemporanea.

La S.i.s.e. si è pure impegnata fin dalle sue origini in uníazione aggiornata e sistematica di comunicazione ai soci dapprima pubblicando un bollettino volto soprattutto a dare conto della produzione scientifica degli iscritti e più di recente sostituendolo con una newsletter in versione informatica e cartacea, cui si è accompagnata la creazione di un apposito sito Web. Questi strumenti, nelle intenzioni della società, appaiono i più utili per accrescere la trasparenza dellíattività di ricerca svolta dai singoli aderenti, le cui implicazioni sono tuttíaltro che trascurabili riguardando la possibilità di conoscere lo stato della disciplina, gli interessi díindagine affrontati e gli studiosi che vi si applicano a tutti i livelli formali della carriera accademica.

Ciò vale ancor più oggi, nel momento in cui líidentità accademica della materia viene messa fortemente in discussione dalla riforma dei curricula studiorum in atto. Diventa pertanto indispensabile andare oltre il carattere essenzialmente conoscitivo dellíassetto istituzionale della disciplina così come è stato affrontato nei due seminari tenuti a Roma e a Firenze tra il 1993 e il 1994 e i cui atti sono stati pubblicati nel 1996 a cura di Nicola Ostuni con il titolo La storia dellíeconomia nella ricerca e nellíinsegnamento. Si impone invece un rinnovato sforzo progettuale che consenta di dare una nuova legittimazione a questo particolare settore disciplinare. Ma da questo punto di vista il lavoro è tutto da compiere, come del resto per líopera di diffusione delle conoscenze storico-economiche nel tessuto civile del Paese (il così detto “uso pubblico della storia”). Solo líattuale consiglio direttivo sembra per la prima volta avere líintenzione di affrontare seriamente, come ulteriore obiettivo della propria azione, questo impegno e vanno in tale direzione sia líincontro di studio tenutosi a Brescia nel 1997 su “Storiografia economica e manuali di storia per le scuole superiori” sia i prossimi convegni programmati a Trento e a Roma su un tema al centro del dibattito politico e culturale qual è quello del lavoro come fattore produttivo e come risorsa.

Il bilancio sin qui compiuto lascia intravedere per quale via la Società abbia scelto di rappresentare i propri membri. Essa ha optato per una formula operativa volta a promuovere la loro partecipazione soprattutto sul piano della ricerca, interpretandone gli orientamenti e promuovendone la diffusione tra gli addetti ai lavori. Di fronte ai problemi sollevati dalla riforma dellíUniversità, la Società ha agito a tutela del ruolo istituzionale della disciplina, sensibilizzando i soci a tali problemi con líintento, tra líaltro, di farne apprezzare la valenza civile a livello di opinione pubblica. Non ha invece ritenuto suo compito affrontare il nodo della cooptazione dei suoi soci nella carriera accademica.

Muovendosi principalmente per linee interne, essa ha comunque dimostrato una notevole capacità di tenuta, attestata dallíelevato numero degli iscritti che si è mantenuto tale anche dopo le defezioni registratesi a seguito della costituzione di uníanaloga società da parte degli storici del pensiero economico. Questo può essere solo in parte salutato come un successo, se si tiene presente che è andata crescendo, a fronte della compagine accademica dei soci, la porzione degli iscritti ancora alla prese con i primi passi verso una frequentazione più professionale della disciplina.

Il suo destino, proprio perché dipende dal riconoscimento che le discipline storico-economiche riusciranno ad ottenere nel quadro della ristrutturazione dei corsi universitari in atto, richiede fin da ora una riqualificazione degli obiettivi sociali e dei meccanismi statutari che assistono alla loro realizzazione.

Gli storici delle dottrine politiche
di Anna Maria Lazzarino Del Grosso

L’Associazione Italiana degli Storici delle Dottrine Politiche si è costituita a Firenze il 7 febbraio 1999 per iniziativa di un ampio gruppo di docenti di storia del pensiero politico da decenni impegnati in una continuativa e accomunante esperienza (che ha via via coinvolto le nuove leve) di reciproca frequentazione, di discussione e di collaborazione scientifica. Tale esperienza si è in buona parte compiuta nell’ambito delle molteplici occasioni di incontro e di lavoro coordinato, direttamente o indirettamente legate alla vita della rivista “Il pensiero politico”. Quest’ultima, fondata nel 1968 da Mario Delle Piane, Luigi Firpo, Salvo Mastellone e Nicola Matteucci secondo una visione aperta ma rigorosamente definita della disciplina e dei suoi metodi, ha via via accolto nel suo Comitato scientifico diverse generazioni di “ordinari”. Attraverso le periodiche riunioni redazionali allargate a tutti i collaboratori e a tutti gli studiosi interessati (senza steccati “disciplinari”) e mediante la promozione di numerosi seminari e convegni tematici, essa ha costituito un significativo strumento di formazione per i ricercatori più giovani, una stabile sede di scambio e confronto di informazioni, idee, proposte d’indagine, riflessioni metodologiche, ed il centro di stimolo, raccolta e selezione di una produzione scientifica sorretta da canoni generali condivisi, prontamente immessa, grazie alla sua sede editoriale, nel circuito della ricerca internazionale. Va in particolare ricordato il ruolo determinante che nei primi vent’anni di attività della rivista vi hanno svolto la rigorosa sollecitudine ed il monito vigile e forte di Luigi Firpo, accompagnati dall’efficacia esemplare del suo concreto operato di studioso.

Questo insieme di esperienze, dipanatosi con ricchezza crescente nell’arco di poco meno di un trentennio, in un clima fervoroso e amichevole che molto deve alla direzione di Salvo Mastellone e alla continuità d’impegno della Redazione perugina, ha non poco contribuito alla costruzione di un’identità scientifico-disciplinare che, naturalmente, è stata nel tempo modellata e arricchita dal contributo di altri “maestri” e di altre “scuole”, della stessa generazione dei “padri fondatori”o di quelle successive. In molti hanno perciò avvertito, a pochi anni dalla scomparsa di due punti di riferimento forti e aggreganti quali lo stesso Firpo (1989) e Anna Maria Battista (1988), e in un contesto di annunciate trasformazioni normative degli assetti didattici e delle modalità di organizzazione e finanziamento della ricerca, nonché di sempre più articolato e pluralistico sviluppo delle iniziative singole e di gruppo facenti capo all’ambito disciplinare, l’esigenza di darsi, con la creazione di un’Associazione aperta a tutti i docenti delle materie oggi afferenti al “settore scientifico-disciplinare Q01B (Storia delle dottrine politiche)”, ulteriori e più tradizionali strumenti di riconoscimento reciproco e di azione esterna, di tutela della raggiunta identità e di riflessione sul ruolo sostenuto e sostenibile, per l’immediato futuro, negli ordinamenti e nelle strutture di ricerca delle varie Aree umanistiche dell’Università italiana .

L’Associazione è di fatto operante dall’11 marzo 1995. In tale data si sono infatti svolte a Genova le prime elezioni (a cadenza triennale) del Presidente, indicato all’unanimità nella persona di Salvo Mastellone (attualmente Presidente onorario) e del Consiglio Direttivo, composto da otto membri. L’iscrizione, che comporta il pagamento di una quota associativa annuale, è per il momento riservata a tutti i docenti di 1a e 2a fascia che siano (o siano stati in passato) titolari, nell’Università italiana, di insegnamenti compresi nel settore scientifico-disciplinare Q01B, nonché a tutti i ricercatori di ruolo in esso inquadrati. Al momento risultano regolarmente iscritti e in regola con il pagamento della quota annuale 85 soci. Il totale dei docenti e ricercatori in ruolo era, a fine ottobre 1999, di 129.

Gli scopi dell’Associazione e le modalità con le quali perseguirli sono definiti dall’art.2 dello Statuto, il cui testo è il seguente:”L’Associazione intende promuovere e valorizzare gli studi di storia del pensiero politico. Per raggiungere i suoi scopi essa prende tutte le iniziative ritenute utili ed opportune; organizza studi, dibattiti, tavole rotonde, convegni, congressi, conferenze, seminari, con la partecipazione di docenti e studiosi italiani e stranieri; collabora, inoltre, con le fondazioni e con le associazioni culturali affini allo scopo di promuovere incontri periodici su temi interdisciplinari”

Concretamente, nel suo primo quadriennio di attività, l’Associazione ha promosso e organizzato, in proprio o con la collaborazione di diverse istituzioni universitarie, momenti di confronto e discussione concernenti le prospettive di sviluppo e il possibile ruolo culturale e sociale delle discipline del settore in relazione alle proposte di mutamento delle regole concernenti il reclutamento del personale universitario, successivamente maturate nella nuova normativa attualmente in vigore, alcuni incontri scientifici su tematiche di particolare interesse e attualità, specialistiche ma di ampio respiro e tali da consentire una qualificata ed utile messa a punto dello stato delle indagini all’interno della comunità disciplinare, altri dedicati a ricognizioni e ricostruzioni specificamente concernenti la storia della disciplina nell’Università italiana. Questa la successione delle iniziative di tal fatta finora realizzate, in concomitanza con Assemblee generali dei soci, volutamente tenute in regioni e sedi diverse del territorio italiano: 27 maggio 1995- Palagio di Stia (Arezzo): Dibattito sui progetti di riforma della normativa sui concorsi universitari; 15-16 marzo 1996- Napoli (in collaborazione con l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa”): Seminario di studi su “I temi politici del Novecento”. I relativi Atti sono stati raccolti nel volume Temi politici del Novecento (Napoli, CUEN, 1997); 27-28 settembre 1996- Serapo (Gaeta): Seminario su “Editoria e cultura politica. Riviste e Collane dagli anni ’70” (con la partecipazione di docenti e studiosi di Filosofia politica, Scienza politica e Filosofia del diritto); 2-4 maggio 1997-Teramo (in collaborazione con il Dipartimento di Teoria e Critica della Politica dell’Università di Teramo): Incontro di studio sul tema “Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia”, in occasione del bicentenario del “celebre concorso” indetto dall’Amministrazione Generale della lombardia; 10 settembre 1999-Pavia (in collaborazione con il Dipartimento di Studi politici e sociali dell’Università di Pavia): Convegno su “La storia delle dottrine politiche in Italia fra le due guerre. Testimonianze e percorsi”.

L’Associazione ha inoltre ufficialmente aderito e assicurato la presenza dei propri soci a incontri scientifici organizzati a Torino dalla Fondazione Luigi Firpo (dicembre 1996, marzo 1998), a Napoli dall’Associazione “Anna Maria Battista” e dall’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” (febbraio 1998), a Genova dal Dipartimento di Scienza Politica e Sociale dell’Università e dal Centro di Studi per l’Europa della cultura (ottobre 1998).

Le riunioni di Assemblea e di Consiglio Direttivo hanno avuto come oggetto costante di attenzione, in riferimento all’obiettivo del rafforzamento del peso scientifico e accademico delle discipline del settore e in vista di un rapido adeguamento alle profonde trasformazioni della realtà universitaria annunciate o in atto, le nuove modalità di finanziamento della ricerca e la reciproca informazione circa le proposte di progetti di interesse nazionale, l’iter della nuova legge sul reclutamento e le sue fasi di applicazione, le varie fasi del delicato processo, tuttora in corso, volto alla revisione degli ordinamenti didattici e dei percorsi formativi nel quadro dell’autonomia degli Atenei.

Nella trattazione di questi temi e nella ricerca di soluzioni proprie e adeguate l’Associazione, che sul piano culturale e scientifico privilegia la linea dell’apertura interdisciplinare, stante l’esigenza talora pressante di difendere le ragioni dell’insegnamento della storia del pensiero politico -specie nei corsi di studio a prevalente caratterizzazione politica o sociale – da ingiustificate marginalizzazioni o addirittura dimenticanze, non può non assumere una connotazione “corporativa”, nella convinzione peraltro che ogni azione di tutela della disciplina e di rivendicazione del suo ruolo portante e caratterizzante all’interno, ad esempio, di tutti i corsi (o classi, secondo la terminologia odierna) facenti capo all’Area delle scienze politiche e sociali- ma la preoccupazione è legittima anche per quelli delle altre Aree dell’ambito umanistico – corrisponda a un interesse oggettivo di piena e matura formazione dei discenti, tutt’altro che irrilevante ai fini di una qualificazione professionale adeguata alle esigenze di un mercato del lavoro che accanto a capacità tecniche richiede oggi sempre maggiori dosi di capacità critiche e di padronanza dei linguaggi argomentativi e delle problematiche di “governo”.

L’Associazione ha finora proceduto con slancio “giovanile” alla sua organizzazione interna ed il numero dei soci ha seguito un andamento di crescita, con un tasso decisamente soddisfacente di presenza e di partecipazione nella varie riunioni. Le relativamente modeste disponibilità finanziarie, peraltro sufficienti alla gestione ordinaria, non hanno limitato le attività progettate e realizzate, grazie all’impegno dei vari proponenti, che hanno di volta in volta ottenuto il coinvolgimento e il sostegno di strutture universitarie. Indubbiamente occorrerebbero maggiori fondi per poter pubblicare regolarmente sotto l’egida diretta dell’Associazione, gli Atti delle iniziative scientifiche, materiali informativi o documenti programmatici; ciò consentirebbe di acquistare una visibilità esterna certamente giovevole alla causa di un riconoscimento formale da parte degli organismi universitari e pubblici. La maggiore difficoltà incontrata consiste infatti nella mancanza di una voce “ufficiale” propria nelle sedi dove si elaborano le decisioni strategiche per il futuro della vita universitaria, scolastica e della cultura sociale, nel non essere cioè riconosciuti come soggetti da consultare utilmente né dal MURST, né dal CUN, né dalla CRUI, né dalle Conferenze dei Presidi. Cosa che comporta anche una certa difficoltà di informazione tempestiva circa le “novità” in preparazione.

Per il futuro prossimo, accanto all’obiettivo, scontato, di un’intensificazione delle attività scientifiche, di organizzazione interna e di autopromozione a tutti i possibili livelli, secondo gli scopi e le linee in precedenza indicati, appare urgente uno sforzo volto ad organizzare la raccolta e la diffusione, all’interno e all’esterno dell’Associazione, del maggior numero di notizie concernenti le iniziative via via programmate ed attuate, anche da singoli soci, nelle varie sedi, e più in generale, la vita e lo “stato di salute” della disciplina in Italia, ivi compresa l’indicazione dei “prodotti” più significativi .Una soluzione praticabile, e dunque un obiettivo da porsi a breve scadenza, anche in relazione all’esigenza di visibilità di cui già si è fatto cenno, è indubbiamente la creazione di un sito Internet.

Un traguardo più ambizioso e probabilmente non raggiungibile in tempi brevi, ma da non perdere di vista, è poi quello del collegamento internazionale con omologhe Associazioni di altri Paesi, principalmente europei, con l’intento, fra l’altro, di verificare la possibilità di dar vita a una rete di rapporti di tipo federativo.

Circa il problema della presenza degli storici e delle associazioni nel dibattito culturale e nella formazione dell’opinione pubblica e della memoria civile, vi è da dire che la natura per così dire “una e trina” della storia delle dottrine politiche (nelle sue varie denominazioni e filiazioni disciplinari), che vede inscindibilmente innestati su una matrice propriamente storiografica una componente teoretica e un taglio critico alimentato da competenze in senso lato” politologiche”, mette facilmente in grado i suoi studiosi più maturi (che ne abbiano il tempo e il gusto) di intervenire uti singuli, ma nella veste appropriata, in una varietà di sedi riconoscibili come centri di elaborazione e formazione sia di cultura politica che di opinione autorevole ed influente nei confronti di un pubblico certamente vasto anche se più ristretto della cosiddetta “massa”.

La via privilegiata è quella della collaborazione ai quotidiani o ai periodici di larga diffusione, o dell’intervento personale in trasmissioni televisive o in manifestazioni culturali di una qualche risonanza. Non sono stati rari i casi, anche recenti, in cui la pubblicazione di opere di storia del pensiero politico è stata fatta oggetto di attenzione e dibattito da parte della stampa nazionale più accreditata ed è questo un segno particolarmente confortante. Il merito è, ovviamente, tutto degli autori, ma è anche l’Associazione di cui sono membri a ritrarne prestigio.

Il ruolo di quest’ultima, fatte salve le occasioni, da intensificare, ma per forza di cose pur sempre rare, in cui si faccia essa stessa produttrice di eventi o imprese culturali capaci di suscitare un’ eco significativa presso il pubblico o in ambienti strategici per il raggiungimento delle sue finalità, dovrebbe soprattutto consistere nel mantenere e potenziare al meglio, operando entro i confini del proprio mandato istitutivo, il clima e le condizioni necessari a far fiorire con continuità nel tempo il maggior numero di studiosi di vaglia, capaci di intervenire efficacemente anche nel mondo esterno all'”accademia” e di dimostrare concretamente il valore anche pratico, a tutti gli effetti, della professione di storico del pensiero politico.

Per quanto attiene, da ultimo, alle procedure di accesso alla professione storica, il ruolo dell’Associazione, anche tenuto conto del fatto che la materia è regolata dalla legge e da regolamentazioni ministeriali e di Ateneo, non può essere, nella fase attuale, che di coordinamento dell’informazione e di attenta vigilanza sulle modalità di applicazione, di rilevazione e segnalazione di eventuali distorsioni dello spirito delle vigenti norme e dei problemi concreti che insorgessero a rallentare o peggio a bloccare il regolare e rapido svolgimento delle procedure del reclutamento di nuove leve nelle diverse fasce della docenza, nel rispetto delle specifiche competenze assegnate ai diversi settori scientifico-discilinari. Solo nel deprecabile caso che tali distorsioni, inceppamenti o tralignamenti si verificassero e venissero a colpire il settore rappresentato, l’Associazione avrebbe il dovere di levare alta, e con ogni mezzo possibile, la propria voce e la propria protesta.

Gli storici delle istituzioni
di Guido Melis

La Società per gli studi di storia delle istituzioni (oltre 200 soci, nell’estate del 1995, ma dopo un periodo di “rodaggio” durato circa un anno) è innanzitutto una rete di comunicazione scientifica tra tutti coloro che, a vari livelli e da diversi punti di vista, si occupano oggi in Italia di storia istituzionale. Fatto peculiare, almeno in questo genere di associazionismo scientifico, è che i soci provengono sia dal mondo della ricerca universitaria sia dagli archivi di Stato, sia da altri settori (in misura minore rispetto alle prime due categorie: bibliotecari, funzionari pubblici e operatori delle istituzioni).

Gli scopi sociali sono quelli sinteticamente fissati nell’articolo 2 dello Statuto: promuovere gli studi, valorizzando in particolare l’apporto degli archivi di Stato; favorire i rapporti degli storici delle istituzioni con altri studiosi che affrontino gli stessi oggetti da punti di vista disciplinari differenti; sollecitare l’apporto e la sensibilità dei funzionari pubblici agli studi storico-istituzionali; promuovere la conservazione e valorizzazione degli archivi privati interessanti la storia delle istituzioni; garantire la circolazione delle notizie sulle ricerche in corso, favorendo in particolare i rapporti tra studiosi italiani e stranieri.

La Società tiene regolarmente un’assemblea annuale (in genere a Roma, alle soglie dell’estate). Organizza inoltre una volta all’anno un convegno scientifico, a Napoli, in collaborazione con líIstituto Suor Orsola Benincasa. Pure con il Suor Orsola, in una collana espressamente dedicata alla storia delle istituzioni, escono gli atti dei convegni ed altri materiali frutto del dibattito promosso dalla Società (cfr. per ora i due volumi Comunità e poteri centrali negli antichi Stati Italiani. Alle origini dei controlli amministrativi, a cura di Luca Mannori, e Etica e pubbllca aministrazione. Per una storia della corruzione nell’Italia contemporanea, a cura di Guido Melis, entrambi Cuen, Napoli, rispettivamente 1997 e 1999). La Società pubblica anche un suo bollettino, ora rivista semestrale di storia delle istituzioni, “Le Carte e la Storia”, giunta con il 1999 al n. 8. Dal n. 1/1999 la rivista è edita e distribuita dal Mulino.

L’esperienza della Società per gli studi di storia delle istituzioni si comprende solo se si riflette su quella che è stata l’evoluzione recente della ricerca in questo settore di studi. Negli ultimi anni la ricerca storico-istituzionale ha conoscluto anche in Italia significativi sviluppi. Si sono accumulate importanti ricerche di base, si è sentito positivamente il crescente perfezionamento degli approcci metodologici, si è verificato uno scambio sempre più intenso e proficuo con le storiografie straniere. Si è realizzato cosi il superamento dl quella lunga fase di decollo (decollo in termini accademico-disciplinari, ma anche scientifico-culturali) nel corso della quale la storia delle istituzioni era spesso risultata tributaria di altre discipline, dalle quali aveva di volta in volta mutuato passivamente fonti, impianto culturale e metodologia.

Il dato caratteristico del momento attuale sembra essere la nuova, più cosciente attenzione non più solo per l’assetto formale, ma anche per il concreto funzionamento degli apparati istituzionali: la loro vita interna, che appare spesso regolata da codici propri, di non immediata decifrazione, e il momento cruciale del loro impatto con gli assetti sociali e politici, fonte allo stesso tempo delle continuità e delle rotture che ne caratterizzano il complesso dinamismo. In questa dialettica tra istituzione e società la storiografia delle istituzioni va cercando lo specifico percorso che, senza contrapposizioni sterili, può identificarla come autonoma disciplina di studi aperta tuttavia al confronto con altre prospettive disciplinari e metodologiche.

Decisiva, in questo processo, è certamente la confidenza – del resto di antica tradizione – con la ricerca d’archivio. L’archivio dell’istituzione pubblica offre allo storico delle istituzioni qualcosa di più che non un deposito di informazioni strumentale al lavoro di ricostruzione storiografica. Sin nella sua strutturazione (il modo stesso della sua organizzazione, la tipologia del suoi documenti e le regole della conservazione), l’archivio costituisce lo specchio dei rapporti di potere interni all’istituzione, la testimonianza diretta del funzionamento dell’apparato istituzionale. L’archivio stesso e la sua articolazionepossono (debbono) dunque essere oggetto della ricerca storico-istituzionale.

A questo quadro, denso di potenzialità positive, corrispondeva (e in parte ancora corrisponde) una situazione di preoccupante dispersione delle risorse: pochi momenti di aggregazione organizzativa; rare occasioni di discussIone scientifica e di scambio tra i ricercatori; rarissima quella. pianificazione negli anni degli studi, attraverso équipes affiatate di ricercatori e incisive attività di coordinamento, che sola potrebbe garantire il salto di qualità che molti studiosi sentono non solo necessario ma possibile.

D’altra parte, il collegamento propriamente accademico (che in teoria avrebbe dovuto e dovrebbe assicurare un ambito comune di confronto scientifico e culturale) è apparso in molte occasioni insufficiente. E’ nota l’occasionalità che caratterizza le aggregazioni accademico-disciplinari nel nostro ordinamento universitario e Il rischio che spesso ne deriva di asfîttiche chiusure culturali, laddove al contrario occorrerebbe allargare la collaborazione tra studiosi che per oggetto di ricerca, metodologla e impianto scientifico operano, sostanzialmente nella stessa area di esperienze.

Infine – ed è questo un punto di grande importanza. per la Società – un limite grave per gli studi storico-istituzionali, ma anche più in generale un elemento di debolezza della tradizione pubblica nel nostro Paese, è stato sempre rappresentato dall’estraneità tra la ricerca e la realtà della pubblica amministrazione. Un’amministrazione incapace di valorizzare la propria stessa storia (che non conosce e che comunque giudica a fini pratici irrilevante) ha in genere opposto alla domanda degli studiosi indifferenza, apatia, spesso ostilità. Lo stato deprimente della conservazione delle fonti dell’amministrazione costituisce appunto il riflesso di questa radicata sordità culturale, il cui superamento gioverebbe certo alla ricerca storico-amministrativa, ma forse assai di più al senso di identità delle istituzioni amministrative.

Nata per questi motivi ed in questo contesto, la Società italiana per gli studi di storia delle istituzioni ha realizzato in questi primi anni solo una parte del suo progetto. La rete informativa funziona, anche grazie alla partecipazione degli studiosi più giovani che alle sue virtualità si sono mostrati particolarmente sensibili; mono quel disegno di organizzazione sovraindividuale della ricerca che costituisce anch’esso uno degli obiettivi della Società. “Le Carte e la Storia” hanno conquistato ormai un loro pubblico e un’area di collaborazione artIcolata ed estesa, ma non sono ancora In grado di “coprire” (come pure era negli intenti dell’impresa) tutto l’arco della storiografia istituzionale, dall’età medievale a quella contemporanea.

Pur con questi limiti e con queste difficoltà, la Società puè considerarsi – crediamo – un esperimento riuscito. Un modo originale di superare la frammentazione attuale della ricerca e la premessa per futuri sviluppi verso l’aggregazione dei ricercatori.

Trovo, invece, difficoltà a rispondere ai quesiti finali, sulle questioni cruciali per “la corporazione”. Ho già detto che la Società per gli studi di storia delle istituzioni non si identifica con una dimensione esclusivamente accademica; a maggior ragione debbo precisare che rifugge da una prospettiva “corporativa”. In ogni caso, sul tema dellíuso pubblico della storia, mi rifaccio a quanto già accennato in merito alla storia delle istituzioni e al tema della formazione delle élites pubbliche nel nostro Paese. Specie in un momento storico come quello attuale (nel quale viene definitivamente a compiersi la crisi della dimensione dello Stato nazionale, sia per l’incalzare del processo di integrazione europeo sia per l’avvento del cosiddetto federalismo) il riferirsi alla storia delle istituzioni costituisce un punto fermo di grande rilevanza politico-culturale. Quanto invece al problema del reclutamento o cooptazione nel reclutamento universitario, precisando che la Società non ha sviluppato sul punto alcuna specifica riflessione, mi lïmito ad osservare perà che non esiste soltanto la ricerca storica dentro l’università: importanti e prestigiosi centri di ricerca agiscono fuori del contesto universitario, così come esiste (seppure meno estesa) un’area significativa di studiosi delle istituzioni che professionalmente appartengono al mondo dell’amministrazione pubblica e specialmente a quello dei beni culturali, e non necessariamente a quello dell’università.

La Sissco
di Raffaele Romanelli

Nel rispondere alle vostre puntuali domande (a chi si rivolga l’associazione che presiedo, la Sissco, quali siano le sue finalità, gli strumenti e i risultati del suo operare) credo innanzi tutto di aderire allo spirito della vostra indagine. Capita spesso, in queste “interviste intelligenti”, che le domande, per quanto stilate in un linguaggio neutro e un po’ burocratico, già contengano molto delle risposte attese. Le “istanze associative” tra gli storici italiani sono deboli, dicevate, perché “logorate dall’alternativa tra organismi dal prevalente carattere istituzionale e, all’opposto, sodalizi fortemente connotati, in senso ideologico, specialistico o localistico”, il che rispecchia, o causa, la “scarsa coesione della ´corporazioneª” e dunque la sua afasia di fronte a temi cruciali, come l'”uso pubblico della storia” o “l’elaborazione e la regolamentazione delle procedure di accesso” all’accademia.

Sono assolutamente d’accordo, e da questo accordo traggono spunto le mie considerazioni. Infatti la creazione della Sissco è stata, dieci anni or sono, una consapevole reazione a questo stato di cose, un tentativo di muovere nella direzione opposta. Potrei semmai dire che tra quei vari fattori di “logoramento”, ne avevamo allora di mira uno sopra gli altri, ovverosia il peso esercitato sulla disciplina dalle appartenenze politiche, delle quali i “sodalizi connotati in senso ideologico” non erano che un riflesso (io li chiamerei con il loro nome: chi di noi nel linguaggio comune parla mai di “sodalizi”? Non diciamo forse partiti, gruppi e associazioni fiancheggiatori dei partiti, o di ispirazione ideologica, pensando nel concreto agli istituti – oggi fondazioni – intitolati a Basso e a Feltrinelli, a Gramsci e a Sturzo, a Turati, a Nenni, e così via?). E precisamente pensavamo ad una influenza propriamente scientifica, nel senso che i settori di studio erano parcellizati in conseguenza, poco permeabili, per nulla aperti al confronto, chiusi in un ambito politico assai miope, e ad una professionale, nel senso che la riproduzione dei quadri accademici – vulgo: i concorsi – avveniva tutta all’interno di logiche spartitorie e di appartenenza, con scarsa concessione al confronto di merito.

La cosa non ci piaceva allora e tutt’ora non ci piace. Appena assunta la presidenza della Sissco nel 1999, ho scritto ai soci in questo senso: “credo che valgano tuttíora le motivazioni che ormai dieci anni suggerirono ad alcuni di noi di dar vita alla Sissco. Il nostro campo disciplinare ci sembrava negativamente condizionato dallíappartenza partitica e ideologica, e forse anche per questo lento a registrare proposte innovative (di qui líaccento posto sui rapporti tra storia e scienze umane) e poco incline allíaperto dibattito delle idee e a basare le sue interne gerarchie di merito e la riproduzione dei suoi “quadri” sulla discussione scientifica. Chi ritiene tuttíora valida questa visione delle cose, trova le ragioni per impegnarsi nella costruzione díuno spazio aperto alla discussione e al confronto spassionato delle idee ñ ma non perciò privo di passioni -, inteso alla migliore definizione dello statuto scientifico della scienza storica, alla valorizzazione degli strumenti di ricerca (archivi, biblioteche, università e centri di ricerca), a conoscere e a contribuire alle trasformazioni degli odinamenti accademici, a rafforzare la presenza internazionale della disciplina”.

Ecco che le finalità dell’associazione, i suoi destinatari, gli “strumenti, mezzi e iniziative” alle quali essa ricorre son presto detti. A chi si rivolge la Sissco? Essendo intesa a costituire uno spazio aperto di discussione come luogo e strumento di formazione di valori e gerarchie culturali, la Sissco si rivolge indistintamente a tutti coloro che sono interessati allo studio della storia contemporanea, alla discussione e al confronto di metodi e approcci, alla formazione degli studiosi, all’informazione sui luoghi e agli strumenti della ricerca, dentro e fuori le istituzioni, con una certa enfasi nell’obiettivo ideale di collegare accademici e non, archivisti, insegnanti medi, pubblicisti, storici maturi e studenti, e così via. Con quali strumenti? Quelli soprattutto che meglio alimentano la discussione e il confronto – dibattiti, incontri e sessioni di lavoro, convegni scentifici e “professionali” -, ma anche quelli che danno trasparenza alla vita della “corporazione” con una migliore informazione e una documentazione. Anche quella sorta di autocertificazione che stiamo chiedendo ai soci in questi giorni – ma non è la prima volta -, invitandoli a fornire il proprio curriculum, va in questa direzione, di consentire a tutti di formarsi un’opinione su interessi, ricerche in corso, carriere e produzione scientifica. Ma anche il conferimento di un premio annuale, con una selezione dei libri pubblicati e un giudizio motivato, fa parte di quell’orientamento, così come la scelta di informare sui meccanismi concorsuali, di raccogliere i dati relativi e di archiviarli, piuttosto che di entrare in quei meccanismi come gruppo di pressione. Tutti obiettivi e strumenti che il sito elettronico – inaugurato nel 1997 e ora in via di potenziamento – consente di coltivare molto meglio di quanto non avvenisse con il “Bolletino” a stampa, che infatti a partire da quest’anno acquisterà altra veste e altra finalità.

Insomma, così come è stata fin’ora diretta e come io intendo rappresentarla, la Sissco è una associazione aperta e indipendente, libera da condizionamenti di sorta e che perciò si regge sulle quote dei soci e sul lavoro volontario, oltre che sulla generosità delle sedi accademiche che ospitano i suoi convegni. Perciò ho qualche esitazione a dire quali settori la Sissco intenda rappresentare; mi verrebbe da rispondere che la Sissco da un lato non rappresenta altro che coloro che spontaneamente vi aderiscono, e dall’altro che ha l’ambizione di rappresentare nientedimeno che la storiografia contemporaneistica italiana, o almeno un modo di pensare l’ambito scientifico e culturale. Troppo e troppo poco, mi si potrà dire. Mi rendo conto infatti che nel rispondere in questi termini rischio di eludere un problema centrale nelle vostre domande, e cioè quello del ruolo – possibile, auspicabile? – dell’associazionismo nella vita scientifica e accademica della disciplina, ovvero di quel momento organizzativo, disciplinare e “corporativo” che altrove è capace di mettere in collegamento i singoli con il “mercato” – disciplinare, accademico, editoriale – e di strutturare, insieme al meccanismo delle carriere, anche l’istituzione accademica nel suo complesso.

Ho scritto “altrove”. E’ un altrove che voi individuate soprattutto negli Stati Uniti e in Germania, paesi di “vigorosa tradizione associativa” che menzionate con evidente favore, lamentando al confronto in Italia la “riluttanza di molti storici a farsi responsabilmente partecipi di un sodalizio associativo largamente rappresentativo”. Qui forse tenderei, nel rispondere, a scavare un po’ più a fondo nella questione, precisando ove ce ne fosse bisogno che esprimo le mie personali opinioni, e non un qualche punto di vista ufficiale della Sissco. Ciò che mi colpisce, innanzi tutto, è che voi chiamate questa italica riluttanza “individualismo”, concetto che forse andrebbe contrapposto a qualcosa come “bene comune”, “spirito di corpo”, “etica professionale”, o “senso della collettività”. Ora, nel campo della cultura superiore, della ricerca e dell’accademia sono sempre in gioco forti “individualismi”, spesso in cruda competizione per il controllo delle risorse proprie di questo campo, che sono il prestigio, il comando, l’autorevolezza, e le risorse materiali o politiche che a volte ne derivano. Proprio per costituire, potenziare e difendere queste risorse gli accademici si associano in qualcosa di simile alle corporazioni professionali, che hanno lo scopo di regolare gli accessi alla professione e gli standard di accesso. Ma ciò a mio giudizio tanto più è possibile quanto più in un dato paese e in un dato momento l’opinione e il sistema politico attribuiscono rilevanza all’accademia come sfera autonoma di produzione e controllo del sapere superiore, e di conseguenza legittimano tradizioni “corporative” che lasciano molto potere all’autorganizzazione del ceto. Ora, sono condizioni queste che storicamente mancano nel caso italiano e la cui assenza a mio giudizio si è fatta ancor più palese negli ultimi decenni. Per motivi che sarebbe fuor di luogo esaminare qui, su un modello privatistico-corporativo, competitivo e meritocratico (se così posso sintetizzare molti e diversi elementi che compongono quell'”altrove”) ha prevalso in Italia un sistema fortemente pubblicistico-burocratico in cui la riproduzione dei quadri, la distribuzione delle risorse, il funzionamento dell’intero sistema universitario non ha alcuna autonomia dal sistema politico-burocratico-sindacale. Ciò spiega la maggiore efficacia e la migliore funzionalità di quegli organismi istituzionali e da quei “sodalizi ideologici” ai quali vi riferite. L’individualismo degli italiani dunque qui c’entra poco. In un siffatto sistema l’associazionismo libero e “corporativo” ha scarso spazio semplicemente perché, non diversamente da quanto accade per altri gruppi di interesse, anche nell’accademia gli interessi collettivi e individuali sono tutelati meglio in un rapporto diretto – quasi una fusione – con il potere politico-sindacale, con quello amministrativo e con i media che non nella separazione e nell’autonomia.

In ciò gli accademici non sono molto diversi da qualsiasi altro gruppo di pressione interno alla burocrazia pubblica, alla quale del resto appartengono. Ovviamente, viene così a perdersi una specificità dell’interesse accademico, quella che riguarda non tanto istanze di carriera, privilegi retributivi e pensionistici, finanziamenti etc., bensì la qualità della produzione scientifica, il suo livello culturale, le sue capacità innovative, il suo standard internazionale, e così via, ovvero proprio quegli elementi che sostengono le istanze associative delle quali parlavate, e che altrove giustificano la pretesa delle “corporazioni” di controllare gli accessi e gli standard accademici. Chi farà la storia dell’università italiana di questi decenni dovrà spiegare i motivi di fondo perché da un lato il sistema politico, i partiti e le culture politiche non abbiano manifestato grande interesse per la cultura superiore e la ricerca, e dall’altro gli accademici abbiano rinunciato ad esercitare un “controllo di qualità” in favore di altri vantaggi e risorse, come mostra la buona accoglienza da loro fatta alle recenti innovazioni legislative che hanno sottratto a ogni controllo scientifico la distribuzione dei fondi di ricerca, eliminato la competizione nazionale di merito nel conferimento dei posti in organico, e secondo alcuni commentatori privilegiato la “quantità” sulla “qualità” del prodotto universitario.

E’ dunque comprensibile che in Italia istanze associative di tipo “europeo”, se vi sono, siano non solo “logorate”, ma minoritarie e volontaristiche già in partenza. Voi individuate nell’oggi qualche segnale di cambiamento, e una qualche vitalità associativa. Vero è che la logica dell’appartenenza politica che non piaceva ai fondatori della Sissco è andata attenuandosi con la grande trasformazione ideologica in atto. Ne è testimone anche un certo aumento delle adesioni alla Sissco, la loro provenienza sempre più varia, e forse l’indebolirsi di quel riflesso condizionato che ieri induceva alcuni a sospettare che un gruppo di studiosi che si dichiarava estraneo ai gruppi politici ambisse sotterraneamente a costituirsi in gruppo politico, o fosse la longa manus di qualcuno di quelli. Non mi pare tuttavia che questi pur radicali cambiamenti abbiano modificato il panorama associativo nel senso da voi suggerito, né vedo nell’elenco delle associazioni alle quali è indirizzato il vostro questionario un segnale in quella direzione. Ma, soprattutto, per le ragioni dette sopra, non credo che le associazioni siano “chiamate a svolgere una funzione di orientamento, di elaborazione e di proposta insostituibile” negli attuali rivolgimenti culturali e accademici. Chi mai le chiama? Se si pensa a una “chiamata” interiore, di una vocazione, nulla da dire. Quando fondammo la Sissco discutemmo a lungo se si doveva trattare di una “corporazione” o di un “sindacato”. Non mi si chieda ora in che cosa precisamente consistesse l’alternativa; io so che ero favorevole alla “corporazione”, con ciò intendendo candidare l’associazione a svolgere appunto “una funzione di orientamento, di elaborazione e di proposta insostituibile”: e nel riprendere le vostre parole voglio sottolineare l'”insostituibile”, perché allude a una necessità di sistema, strutturale, nella quale cioè l’orientamento, l’elaborazione e la proposta delle associazioni di settore sono vitali al sistema. Questa chiamata-vocazione la Sissco la sente tutt’ora, e dunque si assegna sì un ruolo nelle due questioni sulle quali in conclusione ci interrogate, il reclutamento dei docenti e “l’uso pubblico della storia” – che è proprio il titolo di un fortunato incontro promosso della Sissco. Ma ciò non vuol dire che tale ruolo sia riconosciuto nel sistema accademico attuale, e che qualcuno “chiami” le associazioni indipendenti di settore a svolgerlo.

Si potrebbero fare molti esempi in proposito. Checché se ne dica, in Italia la storia è al centro del dibattito d’opinione molto più di quanto non accada in altri paesi. Discutendosi di riforme, dalle leggi elettorali alle forme di governo, dal “trasformismo” alla corruzione, non v’è argomento che non sollevi richiami e paragoni storici. Inutile dire poi che la fine del comunismo, e della “guerra civile”, ha prodotto un continuo ripensare e rievocare franchismo, fascismo, comunismo, triangolo della morte, Salò, stragi, etc etc., mentre la faticosa costruzione di un bipolarismo politico avviene attraverso quotidiane ricostruzioni, riabilitazioni e condanne di centrismo, craxismo, centro-sinistra, filo- e anticomunismo etc etc. Ebbene, come ognuno può constatare la partecipazione a questo dibattito degli storici in quanto tali – e non in quanto politici, editorialisti o opinion makers – è nulla. Né sarebbe immaginabile da noi che su questioni storiche sulle quali si accende il dibattito sia chiamata ad esprimersi la tale o la talaltra organizzazione professionale. Ma c’è di più. Voglio fare l’esempio di alcune questioni molto attuali. Una riguarda il “codice deontologico” per l’accesso degli studiosi ai documenti riservati, che in base alla legge dovrà essere emanato tra breve. Ebbene, sulla questione la Sissco è intervenuta ed ha organizzato un incontro di lavoro, senza tuttavia ipotizzare, né auspicare, che organizzazioni di settore siano chiamate ad amministrare il rispetto della deontologia professionale, quasi fossero un ordine professionale. Auspicabile sarebbe invece che le associazioni come la Sissco fossero consultate al momento dell’elaborazione di testi consimili. Ma ciò non avviene, essendo totalmente altri i circuiti della produzione normativa. Un altro esempio riguarda le nuove leggi sul reclutamento dei docenti che hanno sostituito il sistema dei concorsi. Ovviamente nemmeno in questo caso le associazioni di settore sono state consultate. Ma ancor più significativo è quanto è avvenuto nell’applicazione del nuovo sistema nel campo che ci interessa, la storia contemporanea. In questo settore il numero dei professori ordinari è stato fatto aumentare di circa l’80 per cento nel giro di pochi mesi, e gli ordinari hanno dovuto gestire oculatamente il meccanismo elettorale per distribuirsi nella ventina di commissioni. Dopo averlo fatto con grande perizia, si sono però dichiarati insoddisfatti del proprio operato, e si sono riproposti per il futuro di organizzarsi in qualche modo per limitare il numero delle nuove idoneità e di esercitare qualche controllo sulla qualità dei nuovi ideonei. Ebbene, in nessuno di questi passaggi le associazioni di settore sono state consultate, né si sono esse stesse proposte come interlocutrici. Lo può testimoniare chi scrive, che come docente ha partecipato alle riunioni convocate allo scopo ma non ha mai pensato di menzionarvi né la Sissco né altre associazioni.

Mi sembra che questi esempi confermino quanto dicevo, e cioè che tra le istanze scientifiche e culturali che per sua natura più interessano l’associazionismo volontario da un lato, e i meccanismi che regolano il dibattito dell’opinione, nonché la produzione legislativa, il reclutamento e la promozione vigenti nell’accademia, esiste una divaricazione strutturale che al momento rende difficile indicare un ruolo ben definito alle associazioni di settore. Il che non vuol dire, naturalmente, che un ruolo esse non possano costruirselo in futuro.