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Il ricordo delle stragi del ’44 in provincia di Arezzo e di Massa Carrara: una comparazione

Giovanni Contini Bonacossi

Giovanni Contini

Spesso le stragi del 1944 hanno prodotto una persistente memoria antipartigiana, cioè una memoria fortemente divergente da quella resistenziale.
Questa fenomenologia, tuttavia, conosce gradazioni diverse. La memoria divisa raggiunge un apice di formalizzazione là dove le polemiche dell’immediato dopoguerra tra popolazione e partigiani sono state più forti, e dove da parte delle forze della resistenza si è riusciti a stabilire una comunicazione con i sopravvissuti, ma si è andati allo scontro (emblematico il caso di Civitella della Chiana, dove i partigiani reagiscono alle accuse contro di loro, avanzate immediatamente dopo la liberazione, con un’offensiva contro il paese, presentato come fascista, la quale ha come esito, all’inizio degli anni ’50, un processo per diffamazione che i partigiani vincono ma che stabilisce in modo permanente la loro colpevolezza agli occhi della popolazione).
Dove, invece, i resistenti riescono a stabilire una comunicazione efficace con i superstiti, proprio nel senso di entrare nei codici da essi stabiliti, allora è possibile che la “memoria divisa” non si formi, o che rimanga confinata ad una minoranza della popolazione (a coloro che furono direttamente colpiti dalla strage) senza diventare opinione egemonica (è questo il caso della strage di Castelnuovo dei Sabbioni – Meleto, avvenuta 5 giorni dopo quella di Civitella ad opera delle stesse unità tedesche, dove i partigiani riescono a dialogare con la popolazione, anche ammettendo colpe mai commesse, e la tensione di stempera fin dai primi giorni).
Tuttavia un’altra differenza caratterizza la memoria delle stragi: infatti là dove la guerra finisce nell’estate del ’44 (Aretino) si assiste ad una memoria divisa che contrappone partigiani e popolazione; là dove, invece, la guerra dura altri 9 mesi, come nell’area apuana, la polemica tende a spaccare la resistenza stessa.
Infatti nell’area apuana alcune formazioni ed alcuni partigiani accusano altre formazioni, altri partigiani, di essersi mossi senza tenere in considerazione la salvaguardia della popolazione. E’ interessante notare come questa polemica, che si penserebbe ricalcare immediatamente le divergenze politiche (le formazioni più radicali che sarebbero meno interessate alla salvaguardia della popolazione; quelle più moderate più sensibili all’incolumità dei civili) dipenda invece, soprattutto, dal diverso rapporto tra partigiani e civili, nel senso che le bande partigiane che operavano vicinissimo ai paesi di provenienza, indipendentemente dalla loro affiliazione politica, sembrano interessate in modo prioritario a non coinvolgere la popolazione civile in stragi e distruzioni. Tanto da arrivare, in un caso, a giustiziare un capo partigiano che voleva agire contro i tedeschi senza tener conto dei paesi vicini alla zona di operazioni.