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Massimo Quaini

Università di Genova

Confini / Grenzen

Convegno di studi / Studientagung

Bolzano-Bozen, 23-25 settembre/ 23.-25. September 2004

 

Ri/tracciare le geografie dei confini

Il quadro di riferimento che, facendo mente locale alle geografie dei confini, si è per primo ripresentato alla mia memoria è stato quello relativo ad alcune rappresentazioni letterarie del confine: romanzi, racconti o biografie in cui il tema del confine, dell’attraversamento del confine è al centro delle storie dei protagonisti. Dalla Storia di Tonle (1978) di Mario Rigoni Stern a Le parole la notte (1998) di Francesco Biamonti e a Il vuoto alle spalle (1999) di Marco A. Ferrari, che, attraverso il diario personale e le testimonianza di amici e compagni, racconta la storia di Ettore Castiglioni che nel marzo del 1944 muore nel tentativo di attraversare il confine italo-svizzero per continuare il suo impegno antifascista.

Ciò che unisce tutte queste storie, ambientate in precisi paesaggi di confine, è l’esperienza di chi vive sulla frontiera: da Tonle Bintarn dell’Altopiano dei Sette Comuni che vive la sua esperienza – straordinaria solo perché riscattata dalla letteratura – a cavallo della prima guerra mondiale, ai personaggi di Biamonti che sul confine italo-francese delle Alpi Marittime intrecciano una “conversazione sospesa sull’abisso” che diventa metafora della nostra civiltà. Là sui sentieri del confine i “popoli della fame camminano nella notte” e anche il paesaggio sembra sfaldarsi in “una silente disperazione (che) dilagava su quelle rocce e corrodeva il cuore”.

Ciò che unisce queste tre storie è la figura del passatore o passeur, colui che conosce i sentieri per passare il confine senza l’autorizzazione, contro l’autorità dello Stato: dal contrabbandiere Tonle, all’alpino-alpinista Castiglioni che accompagna al di là del confine gli antifascisti e gli ebrei che cercano riparo in Svizzera, ai disperati che ogni notte sfidano la morte sugli stretti sentieri di montagna per andare a cercare lavoro in Francia. Un flusso disperato che diventa il simbolo di una civiltà, la nostra, sempre più sospesa su un abisso che solo negli ultimi anni ha rivelato il suo orribile volto di distruzione e di morte.

In tutte queste storie l’esperienza del confine diventa esperienza totalizzante, che coinvolge l’intera esistenza individuale di chi sta sulla frontiera non meno della vita della comunità di cui fa parte. La Storia di Tonle lo dimostra nel modo più chiaro, mostrandoci la profonda ambiguità del confine di Stato. Da un lato c’è il confine dei militari, della guardia di finanza che diventa anche il confine per cui si dichiara la guerra voluta dagli italiani delle città e della pianura, e non dalla gente della montagna. Dall’altro, per la gente dell’Altipiano abituata a “lavorare senza confini” il confine apparentemente non esiste. E’ solo qualcosa in cui si incappa quando le maglie del controllo si fanno più strette, come accade a Tonle, la cui vita viene decisa prima dallo scontro con le guardie di confine e poi dalla Grande Guerra. Così da una parte ci sono “quelli che i confini ritenevano cosa concreta e sacra” e dall’altra Tonle e “quelli come lui, e non erano poi tanto pochi come potrebbe sembrare ma la maggioranza degli uomini, per i quali i confini non erano mai esistiti se non come guardie da pagare o gendarmi da evitare…”.

Il confine che corre sullo spartiacque settentrionale dell’Altopiano lungi dall’essere “naturale”, come voleva una dottrina geografica di origine settecentesca, era sentito come del tutto artificiale, non solo perché “se l’aria era libera e l’acqua era libera, doveva essere libera anche la terra”, ma soprattutto perché il confine è negato, prima ancora che dalla pratica del contrabbando che è una forma di adattamento al confine, dall’esistenza di una tradizionale e più ampia comunità di scambi linguistici, culturali ed economici, come dimostrano gli esempi di una varietà austriaca di patate introdotta nell’altopiano dagli emigranti stagionali o le stampe dei Remondini diffuse fino in Russia dagli ambulanti di Castel Tesino o infine la dottrina socialista imparata in Germania dallo stesso Tonle.

Insieme al confine si rifiuta anche lo Stato che lo esprime. Lo Stato che qui come in tutte le aree di confine ed economicamente marginali significa soprattutto occupazione militare, espropriazione delle funzioni di autogoverno dei boschi e dei pascoli, disgregazione e alienazione della proprietà collettiva (comunaglie), emigrazione forzata. Il rifiuto è insieme negazione e alternativa. Al sapere che serve a preparare e a fare la guerra – rappresentato dalla figura del dottor Paul che sotto le mentite spoglie di uno studioso di botanica e di folclore nascondeva la sua vera natura di ufficiale della I. R: artiglieria e alla vigilia della guerra raccoglieva preziose informazioni su fortificazioni, montagne, strade e sorgenti dell’Altopiano – Tonle oppone un altro sapere, un’altra cultura, maturata nel lavoro attraverso l’esperienza accumulata da generazioni di boscaioli e pastori, sia in loco sia negli spazi dilatati dell’emigrazione stagionale. Un sapere tutt’altro che rudimentale che si mette in condizione di riuscire a “vedere le cose e i fatti che accadono in un vasto panorama storico”, di capire e prevedere gli schieramenti della grande guerra. Un sapere che nega la guerra innanzitutto come spreco e distruzione e poi come strumento utilizzato dai padroni per schiacciare i proletari che nelle città e nelle campagne hanno alzato la testa e infine come macchina che reprime e livella le differenze linguistiche, culturali e locali per meglio dominare gli uomini.

Se il mondo di Tonle e le geografie dei confini che fanno capo ai diversi attori e soggetti sociali sono ancora leggibili nelle loro opposizioni e alternative, nel loro senso storico e politico, questo non sembra più possibile nel mondo dei personaggi più evanescenti (necessariamente meno individualizzati) dei romanzi di Francesco Biamonti, ambientato in un angolo del Mediterraneo: il mare dove è sempre più difficile distinguere il tempo di pace dal tempo di guerra per una sorta di guerra permanente che ha sconvolto tutte le categorie per leggere lo spazio. Non a caso nel ciclo dei quattro romanzi di Biamonti che hanno sempre come principali protagonisti il duro paesaggio delle Marittime che sconfina negli ariosi altipiani della Provenza e lo specchio luminoso del Mediterraneo che tocca rive tormentate dalla guerra, questi stessi protagonisti geografici e prima ancora quelli umani si incupiscono progressivamente. La luce implacabile mette a nudo la miseria degli uomini. L’uno e l’altro paesaggio diventano teatro di loschi traffici di armi, droga, uomini sfruttati e abbandonati al loro destino. E’ come se nell’Europa unita il confine fosse rimasto solo per attirare la criminalità ed erodere gli ultimi sostegni di una civiltà sospesa sull’abisso, di cui i protagonisti attendono il crollo inevitabile senza sapere che cosa fare. Senza saper più interpretare il mondo:

Erano le prime ore della notte. Se ne andava a Beragna a piedi (…) Camminando rimpiangeva il paese sulle alte rocce, povero e decaduto, dove una volta aveva sentito dire da un pastore: “Nessuno è più di nessuno”. Avrebbe voluto starsene lassù sulle grigie rupi, tra fantasmi di lavande e di lino, tra ricordi di pastori. “Appartiene a una Liguria di montagna ora ridotta a una spoglia”. Camminava e, tentennando, andava avanti coi suoi pensieri. Il cielo era illune, ma le stelle ardevano tanto che vedeva un abbozzo della sua ombra lungo i muri. “Poter scrutare queste tenebre, – pensava, – questo mondo che va in rovina, non avere di continuo la testa altrove, lassù su quelle rupi o nell’oltremare (p. 59).

Non a caso queste meditazioni sono interrotte dall’arrivo di un gruppo di disperati che nella notte cercano il sentiero per passare clandestinamente in Francia. Quel poco di lucidità che sembra rimanere in qualcuno dei personaggi dipende dal vivere in maniera più intensa l’esperienza del confine ufficialmente scomparso e di trovare nell’idea di confine il mezzo per orientarsi e imparare a decifrare un territorio diventato muto, come i protagonisti che intrecciano poveri dialoghi fatti più che altro di pensieri inespressi:

E poi di nuovo passi, fruscii di cespugli e un parlottare. Un transito segreto a cui i picchi facevano da sentinelle lunari.

– Stavolta chi è?

– Entrano. Sono arabi e negri.

– Anche da te è così?

– Da me arrivano solo quelli che sbagliano strada. O chissà, forse vogliono riposare.

“Vi sono due Ligurie, – pensava, – una costiera, con traffici di droga, invasa e massacrata dalle costruzioni, e una di montagna, una sorta di Castiglia ancora austera; io sto sul confine”. (p. 90, sott. mie)

L’approccio letterario, proprio in quanto approccio umano o umanistico che non deve render conto alle distinzioni/classificazioni disciplinari, ci apre la strada a intendere tutto lo spessore di un tema che può poi essere approfondito dalle specializzazioni disciplinari. L’approccio che sto seguendo non nega la legittimità delle scienze sociali ma semmai invita a costruire nuovi intrecci fra discipline, come di fatto è avvenuto nella geografia con i fecondi rapporti con la letteratura, con l’antropologia, oltre che con la storia. Rapporti che sono stati facilitati dalla centralità acquisita da nuove categorie trasversali come quelle di rappresentazione, pratiche spaziali, identità territoriale ecc.

Come si spiegano le differenze che abbiamo appena constatato fra il mondo di Tonle e il mondo degli anonimi personaggi di Biamonti che insieme al paesaggio nel quale vivono sembrano franare nello spazio e nel tempo?

Si spiegano proprio nel diverso modo di stare sul confine, nel modo di situarci rispetto alle geografie vecchie e nuove del confine. Oggi infatti relativamente all’idea di frontiera siamo solamente “in grado di disporre le geo-grafie in una prospettiva storica e distinguere l’una dall’altra la geografia della società premoderna, moderna e postmoderna”. Questa successione ci fa capire da un lato le differenze storiche e dall’altro la nostra condizione attuale:

La geografia della società premoderna è quella che intende la frontiera come linea di confine tra l’ordine (interno) e il disordine (esterno). Non sa relativizzare il proprio ordine sociale e i valori che ne stanno a fondamento. La geografia della società moderna è quella che ha imparato a concepire la frontiera come la zona di contatto tra due o più universi culturali. E’ intenta però a negare l’alterità, perché non sa o non vuole riconoscere i limiti della propri cultura e tenta di forzarli alla ricerca di un linguaggio universale che le possa dare acceso ai mondi “altri”. La geografia della società postmoderna, infine, è quella che ha imparato a riconoscere il limite e ad apprezzarne tutto il valore ma non ha ancora appreso – e ne è consapevole – i giochi dell’identità e dell’alterità. Si pone così sul limite, indecisa se compiere il passo che la condurrà altrove” (Spuches 1995).

La condizione postmoderna è quella che Biamonti definisce nel passo sopraccitato: riconoscere il limite, essere sul limite significa allora non solo collocarsi in modo diverso rispetto alla frontiera ma anche e soprattutto mettersi nella condizione di “provare la vertigine del confine tra ordine e disordine (…) oppure sperimentare la più rischiosa e innovativa avventura connessa con l’esplorazione di altri mondi (…) per accorgersi alla fine che neanche il dentro è poi così a tinte unite”. Rintracciare i confini significa soprattutto capire, come dice Olsson, che “ogni esperienza si verifica sul confine, giacché nel centro tutto è talmente naturale da passare inosservato” e che solo ponendoci sul limite, sul confine siamo in grado di far svanire l’effetto ottico tipicamente modernista di vedere ciascun universo culturale come un tutto omogeneo, al di là delle più significative differenziazioni interne, al di là delle frontiere invisibili che separano il mondo di Tonle da quello del potere che militarizza il territorio e il confine, o ancora, al di qua della frontiera di Stato, le differenze che separano la “Castiglia ancora austera” di Biamonti dal mondo criminogeno della costa.

Ponendoci in questa prospettiva siamo in grado di capire una differenza essenziale oggi: la differenza fra confine e frontiera. Per il più avanzato pensiero geografico il confine è definibile come un “limite a metrica topografica” e in quanto tale come una superficie coappartenente a due spazi che si interfacciano e quindi come uno spazio segnato dalla continuità e interpenetrazione delle culture, piuttosto che dalla rottura che è tipica della frontiera: “limite a metrica topologica” basato sulla brutale separazione fra il dentro e il fuori e sulla tendenza a manifestarsi, attraverso la logica della carta, come figura geometrica della linea. Anche se “l’opposizione linea/superficie non è sufficiente a distinguere la nozione di frontiera da quella di confine, in quanto la frontiera può anche esprimersi come una striscia, come una zona-tampone. E’ soltanto nel caso di una interpenetrazione tra i due spazi confinanti, vale a dire di una interfaccia in cui la distanza che separa i due elementi è negativa, che la nozione di confini prende tutto il suo senso” (Levy – Lussault 2003).

La geopolitica, ovvero la concezione geografica dello spazio che non a caso si sviluppa dopo la prima guerra mondiale (nell’intermezzo storico che ci separa irrimediabilmente dal mondo di Tonle), con le sue rappresentazioni geografiche e cartografiche illustra molto bene questa differenza. Lo spazio della geopolitica è lo spazio della guerra permanente, lo spazio vitale di organismi territoriali, gli Stati, che negando la scala e la metrica topografica spostano brutalmente la frontiera verso l’esterno in nome di una visione imperiale che insieme al confine nega l’alterità delle altre culture e si esprime alla scala globale. Come in questo planisfero che rivela la strategia mondiale dei teorici delle due potenze, la Germania e il Giappone, che nel 1942 proiettano, realizzano sulla carta il loro sogno combinato di potenza che la realtà rendeva ormai improbabile: la creazione dello “spazio-forza della Nuova Europa” egemonizzato dalla Germania di Hitler e lo “spazio forza della Grande Asia orientale” egemonizzato dal Giappone. Commenta Raffestin in Gèopolitique et Histoire (1990):

Il ritorno alla realtà sarebbe consistito nella costruzione di carte a grande scala che avrebbero potuto mostrare l’emergenza, se i dati fossero stati disponibili, dei movimenti di resistenza che si stavano radicando nello spazio e nel tempo reali, cioè in secoli di memoria e di profondità territoriali insospettate da coloro che credono di poter far cominciare la storia nel momento e nel luogo che loro hanno deciso. I movimenti di resistenza sono stati e sono ancora là dove si manifestato, il trionfo dello spessore storico sulla superficie geopolitica: è la vittoria di Ulisse sul ciclope (p. 260-61).

Alla lunga è la vittoria della metrica topografica sulla metrica topologica, del territorio sulla rete non meno che del confine sulla frontiera, dato che “in effetti territorio e rete traducono l’opposizione tra topografia e topologia nelle metriche interne, mentre confine e frontiera la esprimono in materia di limite” (Levy – Lussault). In altri termini, da questo punto di vista la frontiera tende a ridursi alla nozione militare di fronte (fronte di battaglia) adottata dalla geopolitica. Come tale è la linea di contatto di un esercito con un esercito avversario. Delimita dunque un territorio, ma un territorio in movimento. La distinzione fra fronte e frontiera è allora importante per capire il mondo attuale segnato dall’instabilità delle frontiere. La frontiera si iscrive infatti nelle pratiche e nelle mentalità: essa corrisponde, da una parte e dall’altra della linea che istituisce, a delle immagini mentali e a delle rappresentazioni più o meno convergenti. Al contrario un fronte esprime la volontà di cambiare il rapporto di forza, di modificare i territori, ovvero di sostituire con la costrizione una certa rappresentazione geopolitica a un’altra.

Se riportiamo a scala topografica questo rapporto fra statica e dinamica incontriamo una feconda distinzione che innerva la geografia politica (non la geopolitica) di Jean Gottmann: la distinzione fra circolazione (dinamica) e iconografia (dotata invece di una certa inerzia). Il gioco, antagonista o complementare, fra questi due concetti permette di spiegare la dinamica spaziale fino ai mutamenti della carta politica del Mondo. La circolazione è il fattore destabilizzante che abbatte le barriere, fa saltare la chiusura degli spazi. L’iconografia nella ridefinizione di Gottmann designa l’insieme dei simboli e delle rappresentazioni che fanno l’unità di un popolo, di un gruppo sociale e che lo legano a un territorio. In questo senso è uno strumento di autodifesa delle società di fronte alla circolazione. Per esempio è all’origine di ogni regionalismo. Iconografia e territorio sono dunque in una relazione di simbiosi.

“Questa visione, contemporaneamente molto geografica e aperta sulle altre discipline, ci permette di comprendere il Mondo attuale: la globalizzazione non è altro che una generalizzazione della circolazione. Di fronte alla destabilizzazione che essa rappresenta è comprensibile assistere alla radicalizzazione delle iconografie sotto diverse forme (nazionalismi, fondamentalismi, tribalismi)” (Levy – Lussault). Da un punto di vista teorico, poi, la circolazione attira l’attenzione sulle reti come forze di organizzazione dello spazio complementare dei territori e l’iconografia, a sua volta, introduce nella geografia le dimensioni culturali; l’una e l’altra insieme danno al ragionamento geografico la capacità di affrontare la questione della diversità spaziale e di spiegare l’organizzazione differenziata dei territori.

I concetti e le categorie della geografia classica, ancorata a una metrica topografica, si dimostrano in molti casi ancora validi per orientarci nel mondo attuale. Nel seguito della relazione verranno sviluppati alcuni punti relativi a questo assunto e all’ipotesi che esso sottende: che giunti a contemplare l’abisso, che ci è stato rivelato dalla visione postmoderna, dobbiamo ricominciare da capo, dalla rivisitazione del classico…