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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Per una storia delle università minori nell’Italia contemporanea. Il caso dello Studium Generale Maceratense tra Otto e Novecento

Luigiaurelio Pomante

Macerata, Edizioni dell’Università di Macerata, 451 pp., € 23,00 2013

Le due parti del titolo individuano chiaramente gli obiettivi che l’a. si è proposto con quest’opera: redigere una cronaca delle vicende istituzionali, scientifiche e professionali legate all’ateneo maceratese negli ultimi due secoli, in continuità con gli studi che hanno fatto luce su dinamiche simili in relazione all’età moderna; e offrire attraverso un case study una riflessione sulle università «minori» nel sistema italiano. Sebbene le due anime del lavoro risultino a volte non pienamente integrate, con pagine che sarebbero state più incisive se si fosse operata una maggiore selezione della documentazione e degli eventi, gli obiettivi appaiono raggiunti. Suddivisa in sei capitoli a scansione cronologica, la narrazione trova il suo punto di partenza nella radicale cesura della soppressione del carattere universitario dello Studium marchigiano con la riorganizzazione amministrativa napoleonica, e si dipana tra la restaurazione pontificia, che lasciava intatti i precedenti problemi di contrazione della popolazione studentesca, fino agli anni ’70 del ’900. Si attraversano così l’unificazione nazionale, la gestazione del sistema di formazione superiore italiano, i traumi delle due guerre mondiali inframmezzati della tentata «politicizzazione» fascista degli studi accademici, e la ricostruzione. Lo scenario è caratterizzato dal permanere di problemi che l’interazione tra attori governativi e amministrativi, da un lato, e quelli interni alla politica universitaria, dall’altro, mostrava di essere in grado di gestire con soluzioni provvisorie, ma non di risolvere in modo definitivo. Da questo punto di vista, la scelta di concentrarsi su una realtà dichiaratamente «provinciale» aiuta a comprendere questi nodi su un terreno, quello della «periferia» di un sistema istituzionale incompiuto, in cui le tensioni agivano in modo più evidente. Il frequente stato di sottofinanziamento, infatti, era determinato dal ruolo «ibrido» dell’ateneo maceratese, che non era università «libera» ma di cui il governo faticò a prendersi cura; un rimedio almeno parziale fu trovato nell’intervento degli enti locali, che però condannò spesso l’istituto ad adeguarsi alle necessità della «macro-regione» circostante e a non uscire da un ruolo secondario a cui era relegata anche sul piano della mobilità dei docenti, spesso attivi nelle Marche in prima nomina per trasferirsi in altre sedi al più presto. I tentativi di mutare la situazione, come l’incremento dell’offerta disciplinare rispetto alla sola facoltà giuridica grazie all’autonomia accordata dalla riforma Gentile, o il mai riuscito tentativo di coordinare i piccoli atenei marchigiani in una più stretta sinergia, ebbero in realtà poco seguito, e l’ateneo trovò una dimensione più congeniale solo grazie al robusto incremento delle sedi universitarie provinciali dopo la seconda guerra mondiale.


Andrea Mariuzzo