SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il filo sottile. L'Ostpolitik vaticana di Agostino Casaroli

Alberto Melloni (a cura di)

Bologna, il Mulino, 435 pp., euro 36,00 2006

Il volume si inserisce in un clima di crescente interesse storiografico per il ruolo politico assunto dal Vaticano nei decenni della guerra fredda, e mira a ricostruire le coordinate dell'azione svolta nei confronti del blocco sovietico negli anni '60 e '70, nota come Ostpolitik e guidata dal cardinale Agostino Casaroli. Il saggio di maggiore respiro è indubbiamente l'ampia introduzione nella quale il curatore, sulla scorta di un'ampia letteratura internazionale e italiana, traccia uno stimolante affresco del periodo della distensione e del dialogo in un «secolo lungo» vaticano che si estende dal 1870 al 2000 (p. 3). Con la graduale dismissione dell'eredità pacelliana avviata da Giovanni XXIII e proseguita con maggiore decisione dal suo successore Paolo VI, la Santa Sede assume un nuovo ruolo nel panorama internazionale con l'apertura a Est, concretizzatasi con l'accordo parziale con lo Stato ungherese nel 1964, la mediazione sul Vietnam, le prese di posizione sullo status di Gerusalemme, e soprattutto la partecipazione attiva alla Conferenza di Helsinki e la diplomazia parallela condotta nei confronti delle due Germanie (come emerge in dettaglio dagli ottimi studi di Faggioli e Kunter). Interessante, corroborato da fonti sovietiche di prima mano è il contributo di Roccucci sulle reazioni della dirigenza sovietica all'approfondimento della Ostpolitik e, un decennio più tardi, all'inattesa elezione di Giovanni Paolo II. In fondo al volume si trova un'utile appendice documentaria contenente l'inventario del fondo Casaroli depositato presso l'Archivio di Stato di Parma. Nonostante i meriti evidenziati, il volume presenta alcuni limiti di fondo, dovuti anche a un certo squilibrio tematico. Grande attenzione viene dedicata alla Germania e a un caso periferico, quello della Bulgaria, mentre un cono d'ombra avvolge i casi più rilevanti (la turbolenta Polonia, fonte di gravi dissidi tra Giovanni Paolo II e Casaroli sin dal 1979-80, la Cecoslovacchia e la Romania, insensibili a qualunque apertura vaticana, e la stessa Ungheria, nella quale l'accordo del 1964 favorì la promozione di una gerarchia non solo «leale», ma addirittura organica agli apparati repressivi dello Stato comunista) ai fini di una trattazione finalmente storicizzata ? ovvero problematica ? di un fenomeno complesso come la Ostpolitik, non privo di contraddizioni interne e portatore di dilemmi morali oltre che diplomatici. Di conseguenza, restano inesplorati anche i profili biografici dei diplomatici vaticani che giocarono un ruolo-chiave nelle trattative con i paesi del blocco sovietico (Dell'Acqua, Bongianino, Cheli, Poggi, Bukovsky). Anche dai contributi più significativi sembra infine mancare qualunque apertura di credito alle correnti storiografiche oggi prevalenti nell'ex blocco sovietico. Al di là delle «volgarizzazioni» storiografiche così diffuse nel nostro paese (p. 21), è proprio lo spoglio critico degli strumenti primari dello storico, i documenti d'archivio, che sta portando una nuova leva di storici est-europei a esprimere forti riserve sui risultati concreti raggiunti dalla Santa Sede ? soprattutto sino all'elezione di Giovanni Paolo II ? nel «dialogo» con i regimi comunisti dell'Europa orientale.


Stefano Bottoni