SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Acciai speciali. Terni, la ThyssenKrupp, la globalizzazione,

Alessandro Portelli

Roma, Donzelli, IX-229 pp., euro 25,00 2008

Il 29 gennaio 2004 la multinazionale ThyssenKrupp annunciava la chiusura del reparto magnetico delle Acciaierie di Terni e il conseguente licenziamento di quasi mille operai. Con sorpresa di tutti, una città che da tempo pensava di essersi tolta di dosso l’identificazione con la fabbrica ed era alla ricerca di identità alternative si mobilitò attorno agli operai, proprio come era successo nel 1953 dopo i licenziamenti che avevano colpito duemila lavoratori della «Terni». Alessandro Portelli, che si trovava nella città umbra per realizzare un lavoro in occasione del cinquantennale di questi licenziamenti, si rese subito conto che invece «di fare storia, stavamo facendo cronaca» (p. 5). Proprio partendo dalle giornate di lotta del 2004, venti anni dopo Biografia di una città, quello che è considerato uno dei fondatori della storia orale in Italia propone una nuova storia corale di Terni: passione, rabbia e conflitto che incrociano dimensione locale e globalizzazione, descritte in presa diretta con gli strumenti della storia orale, della partecipazione attiva e della passione politica. Grazie all’intreccio dei racconti di lavoratori, sindacalisti, giornalisti, politici, è ripercorsa la storia di una vertenza che vede protagonista una classe operaia ternana diversa da quella delle lotte di mezzo secolo prima: ridimensionata nei numeri e più precaria, maggiormente scolarizzata ma meno consapevole e orgogliosa della propria identità, in cui si manifesta una certa disaffezione per la politica, che risulta la grande assente in queste vicende. Quello che sembra emergere è però, in particolare, la mancanza in una qualunque prospettiva o speranza di un futuro utopico o di una «vittoria finale» dei lavoratori, peraltro significativamente confermata dagli esiti della vertenza che nel 2005 porterà alla chiusura del reparto «magnetico», sanzionando la sconfitta del movimento operaio. Dalle parole dei protagonisti emergono non di meno tutta una serie di emozioni e sensazioni che l’a. definisce «sublime operaio»: quel misto cioè di paura, bellezza, meraviglia, ma soprattutto coscienza dell’immenso potere di trasformazione che risiede nelle mani di chi lavora l’acciaio, ben esemplificato dal misto di orgoglio e stupore dell’operaio il quale con il telefono cellulare invia ai colleghi di un altro reparto le riprese dello spettacolo straordinario rappresentato dalle lingue di fuoco prodotte dalla lavorazione dell’acciaio fuso. Sono questi sentimenti a giudizio di Portelli che dimostrano come, nonostante tutto, «la storia profonda della città» e la cultura di fabbrica risultino ancora presenti, seppur latenti, riemergendo carsicamente a contaminare le stesse culture giovanili (come dimostra l’antagonismo antitedesco e antifascista che recupera la memoria resistenziale nei giorni caldi della vertenza), permeando di un orgoglio che rappresenta una «straordinaria risorsa culturale, di creatività, di immaginazione, di passione» (p. 221) per una città e una società ancora alla ricerca di un’identità nuova.


Angelo Bitti