SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria

Alessandro Portelli

Donzelli, Roma 1999

Questo testo segna una tappa importante nell'itinerario intellettuale di Sandro Portelli, anche rispetto ai lavori precedenti. L'a. si assume il ruolo di interprete in maniera esplicita, dando origine a una costruzione complessa e coerente, nell'intreccio tra la sua voce e quelle dei suoi intervistati, tra la storia generale e le storie singole, sulla base di circa duecento interviste ma anche di incontri, dibattiti e commemorazioni. Ne esce un quadro della memoria intesa in senso più vasto di quello della somma di testimonianze orali, come riflessione complessiva sugli stereotipi e l'immaginario collettivo, intorno a un lutto pubblico e privato. Si dispiega una capacità di attualizzazione della fonte orale che riesce a inserirla nella contemporaneità, riconoscendone la dimensione politica ma senza forzarla, mentre la forza della narrazione e della denuncia decostruiscono gli aspetti negativi della memoria collettiva. Il giudizio altamente positivo di quest'opera non esclude alcune critiche; accennerò a due aspetti su cui mi pare che si potrebbe proficuamente continuare il dibattito con Portelli. Non sempre concordo con lui sulle premesse, per esempio sulle differenze che stabilisce tra le fonti scritte e le fonti orali, perché le prime sono troppo esclusivamente ridotte a quelle istituzionali, a scapito delle molte fonti scritte che non sono "anonime e impersonali" (p. 15) e non tenendo conto dei passi compiuti dalla storiografia in direzioni diverse dagli eventi verso le vicende personali private (p. 18). L'altro punto riguarda il problema del giudizio storiografico, sul piano dei rapporti politici, dell'azione di via Rasella, una volta sgombrato il campo dalle connessioni sbrigative con le Fosse Ardeatine. Mi pare che questo problema resti aperto come questione storica che richiede una più ampia discussione sulla violenza e la moralità della guerra partigiana - discussione già aperta a suo tempo da Claudio Pavone - e che su aspetti come questo le fonti orali accampino sì considerazioni e finezze che la storia deve prendere in considerazione (pp. 225 ss.), ma anche lascino il problema come in sospeso, perché resta pur sempre, sebbene debba essere riformulata in modo non meccanico e dicotomico, la questione del rapporto fra la città e la resistenza (p. 224). Tra le cose che mi sono maggiormente piaciute del libro c'è un'immagine di Roma libera dai luoghi comuni che opprimono questa città, un'immagine che inserisce in modo forte il rapporto tra ebreità e romanità (p. 49); c'è un senso vivo e appassionato degli spazi di Roma, quelli aperti e quelli chiusi, le piazze, le strade, le case e le cave. Ci sono pagine acute e belle sull'intreccio tra pubblico e privato, sulla zona impervia che si situa "tra il pianerottolo e il genocidio" (p. 133). C'è un profondo senso della vita in un libro sulla morte, e una capacità di affrontarne gli aspetti più atroci con una scrittura che è insieme di getto e meditata.


Luisa Passerini