SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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A New Peculiar State. Explorations in Soviet History, 1917-37

Andrea Graziosi

Praeger, London 2000

Nel corso dei settantaquattro anni della sua esistenza il regime sovietico ha industrializzato il paese, ha sconfitto la Germania nazista, si è confrontato con gli Usa negli anni della "guerra fredda", ha tenuto assieme un "impero" mentre altri si disgregavano, ha fornito ad altri paesi un "modello" imitato con varia fortuna. Oltre che sulle cause del suo crollo, vi sono quindi buoni motivi per interrogarsi sui fattori che hanno consentito all'Urss di essere protagonista di una vicenda storica per molti aspetti eccezionale. È questo interrogativo a fare da filo conduttore ai cinque saggi del libro di Graziosi. Studioso delle relazioni industriali, Graziosi offre il contributo più originale nei due saggi su Georgij Pjatakov. Capo della I armata del lavoro nel 1920, plenipotenziario nel Donbass nel 1921, primo trockista a passare nel campo staliniano, vice commissario dell'industria pesante sino al 1937, quando cadde vittima delle purghe, Pjatakov fu uno "specchio della rivoluzione russa" per almeno due motivi. Nelle vesti di uno dei maggiori responsabili della politica economica del regime, egli contribuì a conferire al sistema industriale sovietico i suoi tratti peculiari, nei quali l'introduzione di una tecnologia avanzata conviveva con il largo uso del cottimo e di manodopera non qualificata e soprattutto utilizzava strumenti politici per conferire dinamicità ad un sistema nel complesso incapace di innovazione tecnica. L'industrializzazione sovietica sarebbe stata impensabile senza la concentrazione di risorse nei settori ad alta priorità, la mobilitazione "eroica" del lavoro, la repressione, esercitata da una gerarchia che andava dal dirigente d'azienda ai capireparto, tutti con poteri impensabili nell'occidente capitalistico: i primi a notarlo furono gli operai stranieri impegnati nei piani quinquennali, alle testimonianze dei quali è dedicato un saggio del libro. Sul piano politico, l'abiura del trockismo da parte di Pjatakov simboleggia, più che un tradimento, il riconoscimento della capacità di Stalin di dare compiuta espressione ai valori fondanti del regime, quali "il volontarismo, il culto del potere, dello stato e del suo leader, il disprezzo per i subordinati" (p. 199). La repressione è il tema centrale degli altri due saggi, sulle relazioni fra Stato e contadini fra il 1918 e il 1922 e sull'"operaismo antioperaio" di Stalin fra il 1924 e il 1931. Essi confermano l'impossibilità di comprendere le scelte dei dirigenti bolscevichi se non si tiene conto della loro convinzione di essere "stranieri nel loro paese". Ne furono vittime anche gli operai, che a più riprese sperimentarono la mano dura del regime. La loro sorte non può essere tuttavia accostata a quella dei contadini: le repressioni furono meno violente e gli anni dell'industrializzazione videro anche una forte mobilità verticale fra gli operai e "leve operaie" nel partito. Forse più di quanto non ritenga Graziosi, nel "mito operaio" l'inganno ideologico convive con la volontà di fare degli operai la base sociale del regime.


Fabio Bettanin