SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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From Détente in Europe to European Détente: How the West Shaped the Helsinki CSCE

Angela Romano

Bruxelles, Peter Lang, 248 pp., euro 47,95 2009

Angela Romano ha scritto un libro di notevole interesse per coloro che si occupano della storia dell’integrazione europea e dei rapporti transatlantici. Ha «spulciato» con profitto negli archivi comunitari, britannici, francesi e americani e ha consultato una imponente bibliografia. Inoltre, ha utilizzato con intelligenza le fonti contemporanee di stampa: per citare un solo esempio, a p. 34 cita, in modo molto acuto, le importanti prese di posizione sia di Alexander Solzhenitsyn sia di George Ball sugli accordi firmati a Helsinki. Entrambi credevano che gli atti finali fossero una «Yalta-bis» oppure, per citare Ball, una «capitolazione» al blocco sovietico.Romano prende atto delle critiche contemporanee, ma mostra di non essere d’accordo con esse. In primo luogo, gli atti finali avrebbero dato uno spiraglio di speranza ai popoli repressi dell’Europa, un risultato di non poco conto. Poiché i regimi comunisti non potevano nascondere ai loro cittadini gli impegni assunti a Helsinki, il seguente fiorire dei movimenti di dissidenti è almeno in parte da attribuire alla lungimirante politica proposta dai paesi della Comunità europea durante le trattative a Ginevra. Diversamente dagli americani, imbrigliati nella Realpolitik kissingeriana, gli europei videro la distensione attraverso l’ottica degli effetti che avrebbe potuto avere sulle società comuniste. Secondo Romano, la loro azione fu inoltre portata avanti con coerenza e determinazione. La Ce ottenne il suo riconoscimento come soggetto politico da parte dei principali attori internazionali (Aldo Moro, il presidente di turno della Ce, firmò gli Atti finali sia per l’Italia che per la Ce) nonostante la forte opposizione sovietica a questa proposta. La Ce, insomma, affermò la sua identità politica quale portavoce dei diritti umani e assunse una posizione di indipendenza rispetto agli Stati Uniti.Il libro giunge a queste conclusioni attraverso una narrazione ben costruita. Romano incomincia con un capitolo che descrive «la Conferenza e i suoi esiti», prima di passare a una ricostruzione delle tappe attraverso le quali i paesi occidentali aderirono alla proposta del blocco sovietico di aprire una discussione sulla sicurezza in Europa. Nel terzo capitolo, The Conference as an Opportunity, la narrazione perde leggermente momentum: l’a. avrebbe potuto inserire la sostanza del capitolo in quello seguente che osserva da «dietro le quinte» l’alleanza occidentale e che elenca, talvolta in modo sbrigativo, le varie posizioni nazionali. L’ultimo capitolo prima delle conclusioni è intitolato The CSCE Experience for the West.Critiche? Due. In primo luogo, la tesi dell’a. assomiglia a quella avanzata dallo studioso americano Daniel C. Thomas, il cui libro, però, non è citato nella bibliografia. Un confronto con le tesi di Thomas, che parte da un approccio «costruttivista» alle relazioni internazionali, avrebbe senz’altro arricchito il lavoro. In secondo luogo l’a., pur avendo una buona conoscenza dell’inglese, avrebbe dovuto controllare meglio il testo. Ci sono troppi refusi e la narrazione è talvolta appesantita dalle traduzioni letterali dall’italiano.


Mark Gilbert