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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Sentinelle della patria. Il fascismo al confine orientale 1918-1941

Annamaria Vinci, [trad. Andrea D'Onofrio]

Roma-Bari, Laterza, XI-260 pp., Euro 22,00 2011

Con questo nuovo libro Annamaria Vinci traccia una sorta di bilancio della sua lunga attività didattica e di ricerca all'Università degli Studi di Trieste e all'Irsml-Fvg. Se da una parte fa ampiamente riferimento a precedenti lavori, d'altra parte le riesce di ampliare la sua prospettiva di ricerca, in origine maggiormente rivolta alla storia sociale.Sorprendente è l'analisi di molteplici processi di ristrutturazione, o meglio del nuovo orientamento, in ambito economico e sociale, della stessa Trieste, dalla composizione della popolazione ai più importanti gruppi imprenditoriali (cantieri navali, assicurazioni) fino ai media. Al centro dell'attenzione sono posti anche alcuni importanti nuclei problematici di storia culturale dell'area di confine - dalla celebrazione di eroi dell'irredentismo (Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro) al turismo dei campi di battaglia, fino al culto dei morti della prima guerra mondiale e dei «caduti» fascisti in combattimenti di strada.Alla base di tutto questo sta la questione di come la città portuale asburgica, insieme al suo territorio circostante, sia potuta diventare una roccaforte del movimento fascista ed una colonna portante del fascismo come regime. Fa parte di ciò anche la dimensione evenemenziale, segnata da momenti di svolta, come l'attacco allo sloveno Narodnidom (Hotel Balkan) nel 1920 o la profanazione della sinagoga ad opera di un ridestato squadrismo antisemita nel 1941. Il fascismo triestino, anche questo viene evidenziato dell'a., si rivolse fin dai suoi inizi contro le organizzazioni della classe operaia, contro la minoranza slovena e contro la popolazione ebraica, indipendentemente dalla disponibilità dimostrata dal Pnf locale di scendere a compromessi con le élites del luogo. Specialmente gli squadristi della prima ora, a prescindere dal breve periodo sotto Pietro Jacchia, erano entrambe le cose: slavofobi e giudeofobi.Annamaria Vinci colloca in modo convincente nel contesto storico socio-culturale le biografie di singole figure dirigenziali fasciste, dal toscano, trapiantato a Trieste, Francesco Giunta, all'amico di Mussolini ed ex socialista Rino Alessi, di origini romagnole, fino a giungere al lombardo Emilio Grazioli, futuro alto commissario del territorio della Slovenia sotto occupazione italiana («Provincia di Lubiana»). Le differenti origini rispetto alla regione di confine di molti dei suoi capi non deve ingannare sul fatto che il «fascismo di confine» già presto si sentì appoggiato da ampi settori delle élites economiche, amministrative e militari. In modo deciso i fascisti giuliani e friulani si opposero a qualsiasi pensiero su uno statuto autonomo della regione di confine, che, tra l'altro, avrebbe comportato la conservazione di parti della legislazione asburgica. Le nuove province e il Friuli, già dal 1866 appartenente all'Italia, sarebbero dovuti diventare nella volontà dei fascisti un baluardo della «italianità», e proprio in quell'accezione cruda e totalitaria che Mussolini dava a questo concetto.


Rolf Wörsdörfer