SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951)

Costantino Di Sante (a cura di)

Verona, Ombre corte, pp. 270, euro 18,00 2005

L'immagine stereotipata degli ?italiani brava gente?, che tanto anima il dibattito storiografico negli ultimi anni, ha, in riferimento al fronte jugoslavo, una base di verità nel comportamento degli italiani se confrontato con il regime d'occupazione tedesco (in particolare riguardo alla persecuzione degli ebrei) e con la violenza delle stragi usta?a. Tuttavia, senza dubbio l'atteggiamento dei vertici politico-militari dell'Italia occupante fu orientato alla massima severità nei confronti dei partigiani slavi (e delle popolazioni considerate conniventi), mai riconosciuti come forza belligerante e dunque trattati senza alcun rispetto per le convenzioni internazionali. Il mito autoassolutorio degli italiani brava gente, adottato nel dopoguerra e in qualche modo mai più messo in discussione, poté imporsi anche grazie all'assenza di una ?Norimberga italiana?. È questo il presupposto che anima il curatore della raccolta di documenti, tratti da vari archivi italiani, per la prima volta qui riprodotti in un'unica pubblicazione. Essi danno dettagliatamente conto del processo che portò alla rimozione delle accuse mosse dalla Jugoslavia di Tito ad alcuni esponenti delle forze armate e dell'amministrazione civile italiana sul territorio jugoslavo durante il secondo conflitto mondiale. A guerra ancora in corso un'apposita commissione jugoslava aveva cominciato a raccogliere materiale probatorio contro gli occupanti. Le accuse vennero formalizzate nel febbraio del 1945 e consegnate all'apposita commissione istituita dagli Alleati per punire i principali criminali di guerra. Immediatamente i funzionari del ministero degli Esteri e della Difesa (che avevano fatto carriera durante il regime fascista) prepararono documenti difensivi, nel tentativo non tanto di negare le accuse (nella maggior parte dei casi indiscutibili), quanto di rovesciare sui partigiani di Tito le maggiori responsabilità per le violenze avvenute su quel fronte di guerra. I vari testi di parte italiana qui pubblicati (stesi in momenti diversi ma con lo stesso intendimento) risultano alla lunga ripetitivi. Un po' diversa nei contenuti, e forse per questo di particolare interesse, appare una raccolta di appunti del novembre 1945. Questo documento fa ?l'avvocato del diavolo?, cioè cerca di mettere in luce le pecche degli altri memoriali e di sottolinearne i difetti. Unico fra i testi riprodotti, vi si afferma non essere ?né moralmente né giuridicamente? sostenibile discolparsi col fatto che ?l'avversario a sua volta si è reso colpevole di atrocità? (p. 207). Ciononostante, questa rimase di fatto l'unica arma di difesa dell'Italia, dagli affannosi memorandum del 1945 all'insabbiamento dei procedimenti giudiziari nei primi anni '50, quando la Jugoslavia di Tito, privata dell'appoggio internazionale sovietico, rinunciò a chiedere l'estradizione degli italiani indagati.


Eric Gobetti