SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La vita quotidiana di un campo di concentramento fascista. Ribelli sloveni nel querceto di Renicci-Anghiari (Arezzo)

Daniele Finzi

Roma, Carocci, pp. 192, euro Roma, Carocci, pp. 192, euro 16,90 2004

La storia dell'internamento fascista continua ad alimentare studi e riflessioni. L'analisi della segregazione di civili durante il secondo conflitto mondiale, e delle modalità di attuazione del sistema concentrazionario, si arricchisce di dettagli e approfondimenti anche se non sempre esaustivi e documentati. Il volume di Finzi ci offre alcuni elementi di conoscenza sulla vita degli internati sloveni nel campo toscano di Renicci, inizialmente destinato ad ospitare prigionieri di guerra, ed utilizzato a partire dal luglio 1942 per internare i civili rastrellati nelle zone dell'ex Jugoslavia occupate dall'esercito italiano. Circa 4.000 civili sloveni furono segregati nella struttura gestita dal Ministero della Guerra, la maggior parte dei quali vi fu trasferita dagli altri campi attivati nei mesi precedenti nel Nord-Est e nelle zone dei Balcani. Gli internati che giungevano dal lager di Arbe erano coloro che si trovavano nelle condizioni igienico-sanitarie peggiori, e a Renicci trovarono una situazione altrettanto disperata. L'autore descrive come nella struttura questi venissero sistemati per la maggior parte in attendamenti di fortuna, costretti a subire rigide prescrizioni e un regime alimentare insufficiente, tanto che i ricoveri negli ospedali per malattie da indebolimento organico erano all'ordine del giorno. La scarsità del cibo, che portò alcuni internati a nutrirsi persino di ghiande, e il freddo pungente dell'inverno '42-'43 causarono la morte di decine di persone. La situazione nel campo peggiorò ulteriormente nell'estate del 1943, con il trasferimento di alcune centinaia di internati politici provenienti dalle colonie di confino del Meridione. Oltre a jugoslavi, albanesi e greci, infatti, il Ministero dell'Interno inviò a Renicci anche alcune centinaia di comunisti ed anarchici italiani. La liberazione di questi ultimi, oltre che dei prigionieri stranieri oramai fortemente insofferenti a causa del prolungarsi di uno stato di detenzione al limite della sopravvivenza, avvenne solo nei giorni successivi alla dichiarazione dell'armistizio. Numerosi sloveni e croati dopo la fuga si aggregarono alle formazioni partigiane dell'Appennino e parteciparono attivamente al movimento di Liberazione. Il campo abbandonato dal corpo di guardia, nel quale erano rimasti circa 500 internati, i malati e i vecchi che non erano riusciti a fuggire, fu saccheggiato dalla popolazione locale e successivamente occupato dalle truppe nazifasciste. Dopo alcuni attacchi dei partigiani, nell'agosto del 1945 venne definitivamente liberato dalle truppe alleate. Il limite del libro di Finzi è dato dal fatto che quasi tutta la storia di Renicci si basa sulla relazione scritta dal direttore Giuseppe Pistone. Questi aveva stilato il documento nel 1946, per discolparsi dalle accuse mossegli dal governo jugoslavo per crimini di guerra. La seconda parte del testo, sicuramente più interessante, è arricchita da una sezione di testimonianze e documenti che offrono un quadro della percezione che la popolazione locale aveva del campo e dei rapporti instauratisi con gli internati.


Costantino Di Sante