SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Difendere la democrazia. Il Pci contro la lotta armata

Alessandro Naccarato

Roma, Carocci, 330+34 pp., € 37,00 2015

«Il Pci comprese i pericoli del terrorismo rosso? Quando? Come reagì?» (p. 15). È a questi interrogativi che intende rispondere l’interessante volume di Naccarato. L’attenta ricostruzione proposta dall’a. permette di individuare l’esistenza di diverse fasi nella storia dell’atteggiamento del Pci verso il terrorismo di sinistra. La prima fase, piuttosto lunga, fu quella delle «incertezze» e delle «sottovalutazioni» di fronte all’esplosione della lotta armata. Il volume mostra in effetti con chiarezza «i ritardi del partito nel comprendere i pericoli dell’eversione di sinistra» e ne attribuisce le ragioni soprattutto a una diffusa «illusione di poter assorbire le spinte rivoluzionarie» (p. 16) e a una lettura della «lotta armata» in chiave esclusivamente di complotto reazionario anticomunista (una lettura che avrebbe del resto continuato ampiamente a circolare in casa comunista fino alla fine dell’«emergenza»). Se è vero che a partire già dal 1972-1973 è possibile intravedere i primi passi di un possibile cambiamento di linea rispetto a questa posizione iniziale, fu tuttavia solo negli ultimi mesi del 1976 e soprattutto nel 1977 che si registrò un vero, decisivo momento di svolta. Diverse, e correlate tra loro, le sue manifestazioni: iniziò a diffondersi nel Pci la convinzione che il «fenomeno […] andava riconosciuto come una “eversione di sinistra”» (p. 125) (significativamente cominciò peraltro ad avere proprio in quel periodo ampia cir- colazione anche la tesi del «partito armato» e dei collegamenti assai stretti tra terrorismo e Autonomia); vennero istituite nuove strutture di lavoro ad hoc; si avviò una politica di orientamento verso i propri militanti tesa soprattutto a promuovere una «collaborazione attiva» e un rapporto costruttivo con le istituzioni. Se dunque quelli dal 1977 al 1979 fu- rono per i comunisti gli anni della linea della «fermezza», i primi mesi del 1979 registraro- no un’ulteriore evoluzione nel loro atteggiamento: il Pci cominciò a percepirsi cioè come il partito «in prima linea», «all’attacco» del terrorismo (pp. 168 e 230) e all’attacco anche di quelle posizioni che sembravano invece indebolire la lotta all’eversione (esemplare ap- pare a tal proposito il pieno sostegno comunista all’inchiesta condotta da Calogero). Il volume mostra dunque in modo persuasivo il ruolo certamente non secondario avuto dal Pci nel «difendere la democrazia» contro la lotta armata. Allo stesso tempo, induce tuttavia a riflettere anche sul peso forse non irrilevante che sui ritardi e sull’inef- ficacia che hanno caratterizzato (almeno per un certo periodo di tempo) la risposta delle istituzioni possono aver giocato pure alcuni atteggiamenti e ambiguità (soprattutto ini- ziali) del Pci. Oltre a quello assai importante di aver gettato nuova luce sulla posizione dei comunisti, il libro presenta anche ulteriori motivi di notevole interesse. Mi limito a indicarne solo uno: l’aver messo in evidenza, attraverso il preoccupato sguardo comunista, lo spinoso ma cruciale problema «dei consensi e delle simpatie verso l’eversione» (p. 15).


Giovanni Mario Ceci