SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, con un saggio di Luciano Canfora

Domenico Losurdo

Roma, Carocci, 382 pp., euro 29,50 2008

Contro le fonti della «leggenda nera» (Trockij, Chruš?ëv, la propaganda della guerra fredda) l’a. difende Stalin: insieme a Mao, il georgiano fu l’unico leader del «comunismo reale» (quello che fu possibile costruire nei rapporti di forza internazionali dati) che riuscì a preservare, con metodi feroci ma efficaci, un nucleo politico-territoriale da cui proiettare potenza e impaurire i governi degli Stati capitalisti, fino a obbligarli alla decolonizzazione e a concedere diritti sociali alle classi operaie metropolitane. Certo il nucleo geopolitico del comunismo fu un regime dittatoriale (debitore delle tradizioni politiche russe e delle dinamiche di ogni rivoluzione), ma non si dovrebbe «rifuggire dalla complessità del processo storico» (p. 267) e vedere il terrore ma non il progresso. Questa tesi semplicistica e non nuova non viene argomentata, ma solo postulata. L’aspetto principale della storia sovietica sarebbero i fallimentari ma «ripetuti tentativi di passare dallo stato d’eccezione ad una condizione di relativa normalità [...]. Col divampare della terza guerra civile (nell’ambito delle file bolsceviche) e col contemporaneo approssimarsi del secondo conflitto mondiale [...] questa serie di fallimenti sfocia alfine nell’avvento dell’autocrazia» (p. 136).L’episodio principale della lotta tra bolscevichi sarebbe stato un tentativo di colpo di Stato trockista nel novembre 1927, che però non trova riscontro nella storiografia. Losurdo può parlare di «guerra civile» solo mettendo sullo stesso piano i boia della polizia politica con le deboli manovre degli oppositori. Gli asseriti tentativi di superamento dello «stato di eccezione» da parte di Stalin non hanno alcuna base documentaria. La descrizione del Grande Terrore del 1937-38 è da tempo superata sulla base degli archivi. L’a. parla solo della repressione delle élites politiche e militari, ma passa curiosamente sotto silenzio le «operazioni di massa» in cui furono uccise circa 700.000 persone. L’a. finisce così per dare credito alla più grossa menzogna del detestato Chruš?ëv: che i massacri del 1937-38 fossero stati un affare di vertice. La seconda parte del libro si impegna a confutare l’equivalenza tra nazismo e comunismo. La tecnica è quella di «partire dai crimini [...] contestati per richiamare l’attenzione sui crimini analoghi commessi» dall’avversario ideologico (p. 298): così l’a. giustappone all’azione di Stalin le violenze del colonialismo euro peo e della potenza americana. Le carestie (Irlanda, Bengala) di cui i governanti britannici ebbero responsabilità sono accostate alla carestia ucraina, che per l’a. non può essere uno sterminio perché gli ucraini erano beneficiari di politiche di «azione affermativa», come ha spiegato Terry Martin. Si riscontrano qui le due caratteristiche dell’argomentare dell’a.: il dibattito odierno è pressoché ignorato; la letteratura recente è utilizzata in modo selettivo e funzionale alle proprie tesi. Dei risultati della ricerca di Martin l’a. cita solo la forza del nation-building staliniano, mentre non c’è traccia dell’analisi della «pulizie etniche» (l’espressione è di Martin) degli anni ’30.


Niccolò Pianciola