SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Canzoni. Storie dell'Italia leggera, Bologna

Edmondo Berselli

1999, il Mulino 2000

Libretto prezioso, acutissimo e senz'altro controcorrente di uno scrittore fra i più originali di questi ultimi anni. Attraversa in musica e in suoni la seconda metà del Novecento fingendo di non voler fare concorrenza a storici e sociologi. Con uno stile e un metodo espositivo alquanto brillanti e temprati dalla tecnica giornalistica alta, va oltre l'ovvia constatazione dell'inestricabilità di un nesso comunque esistente fra vicende di costume e canzonette. Che si tratti "solo di canzonette" è per Berselli pacifico tanto quanto il fatto che nelle loro successione esse abbiano assecondato "come una partitura collettiva" l'evoluzione del mondo contemporaneo. Di qui la scelta di non tracciarne tanto un profilo organico, quanto un bilancio selettivo redatto secondo criteri "minimalisti" e personali dove a prevalere siano il gusto e, beninteso, la memoria. Nella consapevolezza di un duplice ruolo svolto dalle canzoni, ora specchio della realtà ed ora propiziatrici esse stesse di cambiamento, Berselli fa largo spazio ai loro testi cercando di "farle parlare". Voci e motivi del recente passato italiano si accavallano in un crescendo coinvolgente che "grazie ai veloci rewind della memoria" consente al lettore di riascoltare "il suono concitato della modernizzazione italiana" (p. 10). - Ne esce un quadro esemplare, in sei atti, dove campeggiano sì i protagonisti, Mina e Celentano, le "scuole" regionali dei grandi cantautori, i Nomadi e l'Equipe 84, gruppi e complessi dei "brevi" anni sessanta,Vasco e Baglioni, Pezzali e Ligabue ecc., ma anche e soprattutto le storie collettive d'un cambiamento che ha coinvolto la stragrande maggioranza degli italiani e via via modificato il loro modo di essere. A tutti Berselli riesce a dedicare una epigrafe di solito indovinata e capace di suscitare interrogativi e riflessioni. A proposito della parabola aperta con la rottura della tradizione melodica e sanremese: "Mostri sacri si nasce, babbioni si diventa. Mina e Celentano, da sublimi plebei che erano, sono riusciti a diventare borghesi banali.." (p. 40). Lo stesso vale per "Shel e gli altri" che incorporano la (facile) critica alle infatuazioni della contestazione sessantottesca e, più in là, degli anni di piombo dominati entrambi dall'ossessione di un pensiero unico, naturalmente "di sinistra", con cui Berselli va giù pesante. Anche "quel gran genio di Mogol" esce ridicolizzato dall'impietoso excursus, prima di applicarsi all'esegesi, colta e a tratti addirittura raffinata, di Lucio Battisti e del suo mito. Dalla metafisica battistiana agli epigoni casarecci di Bukowski e Kerouac come Vasco/Blasco e al neoromantico Baglioni, il percorso delle note sempre più compromesse coi calcoli dell'industria editoriale e coi bisogni delle radiotelevisioni, si snoda sino ad arrivare nei pressi di un'attualità dolente e precaria, quella dei giorni nostri, alla quale l'autore riserva pagine penetranti - (per tutte segnalo quelle da 156 a 160 sulla genesi di una nuova classe subalterna a cui si rivolgono e di cui emblematizzano lo status Max Pezzali e gli 883) sulla miserabilità dei contesti postmoderni. Canzoni a parte?


Emilio Franzina