SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Vox Populi Pratiche plebiscitarie in Francia, Italia, Germania (secoli XVIII-XX)

Enzo Fimiani (a cura di)

Bologna, Clueb, 212 pp., Euro 22,00 2010

L'interessante volume curato da Enzo Fimiani analizza l'uso delle pratiche plebiscitarie nella società politica contemporanea. In apertura, il curatore sottolinea la necessità di un'indagine storica approfondita al fine di esplorare le varie sfaccettature del plebiscito che è stato usato sia come strumento di politica interna, sia come mezzo per risolvere contese territoriali di diritto internazionale. È peraltro sull'utilizzo interno del plebiscito che si concentra il volume e Fimiani individua due funzioni, non di rado intrecciate, tipiche del plebiscito moderno: quella volta a legittimare «atti di rilievo costituzionale, scelte del potere politico oppure strappi che riassestavano le istituzioni di un regime» e quella destinata a «consacrare il singolo uomo» (p. 29). Emerge con chiarezza come meccanismi plebiscitari abbiano operato in contesti differenti: rivoluzionari (Repubbliche giacobine e Francia post 1789), di nation-building (Italia), autoritari (Secondo Impero), dittatoriali (fascismo e nazismo), e anche democratici. Se l'appello al popolo appare elemento ricorrente nei meccanismi plebiscitari, per esempio in Francia (Cassina), anche fino a tempi recenti, il popolo vi gioca spesso un ruolo passivo, importante sul piano simbolico più che su quello decisionale. In questo senso va letta l'esperienza delle Repubbliche giacobine italiane. La mentalità rivoluzionaria concepiva, infatti, il plebiscito come conferma del nuovo ordine escludendo però la possibilità di un giudizio negativo da parte del popolo (Fruci). Non meno importante poi è il contesto di svolgimento dell'atto elettorale. L'assenza di un'effettiva competizione tra punti di vista diversi, la mancanza di una scelta reale, le costrizioni sugli elettori sembrano caratterizzare spesso i plebisciti riportando in primo piano la distinzione con l'istituto del referendum, distinzione che nel volume viene invece a più riprese sfumata. I saggi non analizzano dunque il plebiscito come fenomeno solo negativo, ma concentrano l'attenzione sul meccanismo del richiamo diretto al popolo e sul rapporto tra pratiche di democrazia rappresentativa e di democrazia diretta. Gli stessi regimi dittatoriali utilizzarono il plebiscito con finalità di legittimazione dei loro regimi. Il fascismo non volle peraltro mai riconoscerlo sul piano dottrinale quasi per esorcizzare il temuto elettoralismo liberale e alla fine abbandonò anche ogni forma di voto popolare con la fondazione della Camera dei fasci e delle corporazioni (Rapone). Nel nazismo, secondo Corni, il plebiscito non sembra essere stato un elemento fondante del regime tanto da essere abbandonato dopo il 1934 perché le consultazioni popolari posteriori «furono o dovute a fattori esterni (Saar, Austria) o non erano propriamente dei plebisciti, ma elezioni su lista unica» (p. 202). In conclusione il volume getta le basi per future ricerche e, allo stesso tempo, offre materiali per una riflessione teorica in grado di precisare e definire il concetto di plebiscito sulla base dell'esperienza storica.


Stefano Cavazza