SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il regime anarchico del bene. La beneficenza romana tra conservazione e riforma

Ermanno Taviani

Franco Angeli, Milano 2000

Il "regime anarchico del bene", definizione scelta dagli estensori della Guida della beneficenza del 1907, indica l'irrazionalità sopravvivente nel composito sistema assistenziale romano ancora nella piena età liberale. La tradizione storica della beneficenza capitolina, il numero e l'importanza dei centri di assistenza e degli ospedali romani, creavano una potente rete assistenziale ereditata dallo Stato pontificio. Le critiche all'eccesso di carità, avanzate da buona parte della classe dirigente, il rigetto di un sistema assistenziale che, secondo la visione liberale, incoraggiava l'ozio, aveva condotto a misure comunque limitate. Il primo tentativo sistematico di riforma fu la legge di Crispi del 1890, per la quale le Opere pie divenivano istituzioni pubbliche di beneficenza. Anche tale legge risultò limitata, nei suoi effetti "romani": il concentrarsi di Opere pie - ci fa sapere Taviani - fu molto più modesto che altrove, nonostante le dimensioni della città e i suoi mutamenti strutturali richiedessero processi di razionalizzazione e di adeguamento alle nuove necessità. Roma era divenuta una città assorbente: migliaia di immigrati in cerca di lavoro confluivano nella città; la miseria e la precarietà igienico-sanitaria aumentavano così un già consistente numero di poveri e di emarginati, fino a giungere - secondo i calcoli dell'autore - al 20% della popolazione totale. Chi avrebbe provveduto a porre rimedio a tale diffusa povertà? L'analisi di Taviani si sposta così sugli ambienti assistenziali: gli amministratori delle Opere pie e degli enti di assistenza; i benefattori privati, cioè l'aristocrazia legata alla chiesa, tradizionalmente impegnata nella carità; la nuova borghesia, che diede il suo contributo non solo in termini finanziari, ma con progetti di assistenza; la chiesa, che non voleva perdere un suo storico terreno d'azione; lo Stato unitario, che non intendeva lasciare alla chiesa un campo di iniziativa pubblica; i socialisti, che si ponevano il problema delle riforme sociali. Il sistema caritativo ereditato dallo Stato pontificio ebbe modo così di sovrapporsi al sistema pubblico, insieme a una nuova forma di generosità di stampo borghese, che segnò l'evoluzione delle forme della carità privata. Essa tendeva a stemperare gli effetti dei processi di modernizzazione in campo sociale, creando una rete di protezione in grado di portare effettivo aiuto alle classi meno abbienti da un lato ed evitando processi di radicalizzazione politica dall'altro. Se molto si sapeva sul sistema assistenziale pontificio, poco si conosceva rispetto ai tentativi (e agli esiti) di laicizzazione e razionalizzazione posti in essere nel periodo crispino e giolittiano e delle difficoltà che tali tentativi incontrarono. Il lavoro di Taviani si fa apprezzare anche per tre ulteriori motivi: la particolare attenzione istituzionale; la rilevanza del tema, considerata l'imponenza del sistema assistenziale romano; l'ampia ricerca che sta alla base del lavoro.


Marco De Nicolò