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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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«Finchè Venezia salva non sia». Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento (1848–1866)

Angela Maria Alberton

Sommacampagna, Cierre, 356 pp., € 16.00 2013

Di recente, anche sulla spinta degli anniversari che hanno stimolato una riconsiderazione del processo risorgimentale, si è spesso creata la contrapposizione tra una storia culturale e un approccio più tradizionale che schematicamente potremmo definire di storia politico-sociale. Il superamento di questa dicotomia è uno dei meriti del volume, che ha tra i punti di forza la tesi secondo cui l’adesione al movimento nazionale avrebbe dietro di sé non solo una molteplicità di motivazioni il cui peso varierebbe nelle diverse componenti economico-sociali e in rapporto ai livelli di istruzione, ma si spiegherebbe soprattutto con l’interdipendenza e l’intreccio di diverse spinte – materiali, psicologiche, politiche, esistenziali – anche all’interno di uno stesso individuo. È una linea interpretativa convincente, che in fondo rappresenta l’asse portante di tutto il libro. Il lavoro si struttura in due parti: la prima dedicata alle motivazioni del «farsi garibaldini», la seconda che da un lato ricostruisce percorsi segnati dall’emigrazione politica e dalla militanza in camicia rossa, dall’altro analizza i caratteri e le iniziative del garibaldinismo nel Veneto dal 1859 al 1866. Sulla scia di ricerche dedicate ai protagonisti del volontariato garibaldino, la seconda parte ha il merito di estendere l’indagine a individui che non hanno lasciato diari o memorie, né hanno praticato assiduamente la forma epistolare – frequentandola casomai per richieste di sussidi e occupazioni –; o a persone che non scrivono di sé ma di cui scrivono altri, come questori o promotori di comitati. Del resto già nelle pagine precedenti l’a. aveva opportunamente affrontato il tema della diffusione del discorso nazionale presso le classi popolari, attraverso forme specifiche come i canti e gli spettacoli di burattini o marionette, nonché il nodo delle differenti implicazioni e risonanze che la parola «libertà» poteva avere, perlomeno dal Quarantotto, nei diversi gruppi sociali. Sono apprezzabili anche le sottolineature di ciò che significava emigrare dal Veneto: testimoniava l’interiorizzazione dell’ideale nazionale e il desiderio di contribuire a una svolta politica che avrebbe dovuto garantire a tutta la penisola libertà e sviluppo economico, ma era anche fuga dalla miseria e dalla mancanza di prospettive personali. Un ultimo accenno meritano le pagine finali, in cui, rispetto al garibaldinismo nel Veneto, si distingue tra l’adesione politica consapevole, la concreta militanza in armi e l’identificazione emotiva: considerazioni che permettono di avanzare ipotesi, seppur parziali, per spiegare, a fronte di un consistente contributo veneto alle iniziative in camicia rossa, il ricorrente insuccesso politico-elettorale di democratici e liberali progressisti nella fase postunitaria. Per concludere, dalla lettura del volume si esce con l’auspicio che possano vedere la luce altri lavori di questo genere, indagini altrettanto approfondite del fenomeno garibaldino nelle diverse realtà politico-territoriali della penisola.


Eva Cecchinato