SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il laboratorio del gulag. Le origini del sistema concentrazionario sovietico

Francine-Dominique Liechtenhan (prefazione di Emmanuel Le Roy Ladurie)

Torino, Lindau, 320 pp., euro 24,50 (ed. or. Paris, 2004) 2009

Il lager delle isole Solovki è da tempo uno dei simboli più noti dell’universo concentrazionario del XX secolo. Formato nel 1923 dalla trasformazione di uno dei più grandi monasteri dell’epoca zarista, ubicato nel Mar Bianco, non lontano dal circolo polare artico, esso fu il primo campo sovietico a utilizzare, in condizioni climatiche estreme, il lavoro forzato di massa. L’imprigionamento dei monaci del convento, le testimonianze di celebri intellettuali prerivoluzionari, quali Florenskij e Licha?ev, che vi furono internati; la celebrazione che del valore rieducativo del lavoro forzato fece lo scrittore Gor’kij, dopo una breve visita, nel 1929, hanno trasformato la vicenda delle isole Solovki in una metafora del passaggio dal vecchio regime al nuovo mondo bolscevico. Su di essa molto è stato scritto, e il lavoro di Liechtenhan ha un dichiarato intento divulgativo. Dalla narrazione emergono, accanto alla sobria descrizione delle sofferenze dei prigionieri e della impersonale ferocia degli apparati repressivi, due elementi destinati a permanere in tutta la successiva esperienza del gulag. Senza la collaborazione dei prigionieri, utilizzati anche come guardiani, sarebbe stato impossibile gestire i campi. Questi erano una sorta di «microsocietà», dove regnavano, al pari di quanto accadeva fuori, «alcol e depravazione» (p. 257), e dove il lavoro era organizzato, come in larga parte dell’economia sovietica, con il sistema del cottimo. Su di essi si basa lo schema interpretativo, sintetizzato dal titolo dell’opera: «il Gulag nasce dalle strutture testate nell’arcipelago delle Solovki» (p. 14). La tesi non trova conferma nel testo, che espone i fallimenti dell’opera di rieducazione dei prigionieri, e la pessima organizzazione economica del lager, che infatti nel 1931 fu assorbito dal BelBaltLag (p. 187), preposto allo scavo del canale fra il Mar Baltico e il Mar Bianco: ultima impresa del lavoro forzato celebrata in forma pubblica dal regime. La successiva differenziazione del gulag in un sistema complesso, esteso a tutta l’Urss, del quale facevano parte colonie in cui venivano deportate intere popolazioni, il predominio al suo interno dei prigionieri comuni, la sua trasformazione in parte integrante dell’economia sovietica non possono essere spiegati solo con una esperienza che aveva semmai dimostrato l’irrazionalità economica dell’uso del lavoro forzato, e l’impossibilità della rieducazione dei prigionieri. La metastasi del gulag può essere seguita solo inserendola nel contesto dell’evoluzione del sistema sovietico. Liechtenhan sceglie invece di tornare indietro nel tempo, per pronunciare un atto di accusa nei confronti di Lenin (p. 256). Nella prefazione Le Roy Ladurie chiama in causa Robespierre e Fouquier-Tinville, «sanguinari» al pari di Lenin (p. 6). L’orgoglio nazionale è salvo: tutto è iniziato con la Rivoluzione francese. Il risultato è un determinismo storico poco convincente: bastasse essere sanguinari e privi di scrupoli etici per imprigionare decine di milioni di persone, il mondo del XX secolo sarebbe disseminato di gulag.


Fabio Bettanin