SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Lawrence d'Arabia

Franco Cardini

Palermo, Sellerio, 158 pp., euro 10,00 2006

Conversazioni radiofoniche, ora venti capitoletti con divagazioni e scorribande nella lunga durata attorno ai vari orientalismi (à la Said). Lawrence è un pretesto, un Virgilio in una «sorta di viaggio infernale nella politica coloniale europea del primo Novecento» (p. 134). Visionario, uomo di confine, viaggiatore malato di esotismo, gira la Francia in bicicletta alla ricerca di castelli medievali per la sua tesi oxoniense, ed è un primo oriente fatto di gusti neogotici. Va poi in Egitto e in Arabia da collezionista, archeologo, agente dei servizi inglesi. In confidenza con le tribù del deserto, ne adotta abbigliamento e costumi, divenendo uomo dalla doppia personalità, «traduttore-traditore» (Carl Schmitt). La presa di Aquaba da parte di terra ? memoria delle crociate? ? ne fa un provvisorio eroe arabo. Il 9 dicembre 1917 entra a Gerusalemme col generale Allemby e la sua corte di personaggi strani: Gertrude Bell, amica di Feisal, l'orientalista Louis Massignon, l'emiro Abdelkader, il maharaja Ganga Sing, la Tigre del Gange. Qui il racconto diventa più grande di lui, e lo abbandona. La conquista di Gerusalemme, oltre che un brutto colpo per l'esercito turco è la fine della presenza tedesca nell'area, tappa del Great Game che coinvolge l'intero Oriente caucasico, oltre che l'Arabia. Le avventure dell'esotismo decadente arabo-mediterraneo (diverso da quello indiano, o cinese) lasciano il posto alle questioni dure della politica internazionale. Gertrude Bell ridisegna insieme al giovane Winston Churchill la carta dell'intera zona (ignorando i curdi, peccato). Personaggi come Lawrence erano serviti a unire gli arabi contro i turchi; ora si tratta invece di frammentarne le forze. Il veleno nazionalista, a fatica inoculato nelle tribù del deserto ? che hanno pur sempre a Istanbul il loro califfo e poco capiscono della patria inventata in Europa ? serve a ritagliare nuovi Stati (repubbliche nell'area francese, monarchie in quella inglese) da distribuire agli sceriffi, come i figli di Hussein, Abdullah e Feisal. Ecco l'accordo anglo-francese Sykes-Picot (a p. 130 lo si dice «anglo-inglese», ma è un errore di stampa senza metasignificati). Il 1917 è l'anno terribile del fronte occidentale, per i contendenti, e poi per gli storici. Perciò è utile che Cardini sposti lo sguardo su quel fronte secondario segnalando il grumo dei problemi che vi si addensano. Lenin rende noti gli accordi, e con essi il tradimento occidentale. Entra in scena il petrolio, e gli europei sono larghi di promesse alle rivendicazioni sioniste. Si apre una nuova, tragicissima, pagina di storia. Il lettore non si aspetti alcuna messa a punto o nuova ricerca su Lawrence, sulla politica estera inglese o sulla guerra. Quell'improbabile Virgilio è servito a richiamare la complessità di un tema da noi poco studiato e del suo retroterra culturale. La conoscenza dei testi e dei luoghi da parte di un medievista interessato all'incontro con l'Islam arricchisce il quadro, magari lo sforza un poco, e diletta non solo chi ascolta l'affabulazione radiofonica ma anche chi, studiando da storico, si permette una pausa e si ritrova in testa idee, ipotesi, suggerimenti.


Raffaele Romanelli