SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La «Cassa per il Mezzogiorno». Un’esperienza italiana per lo sviluppo,

Gabriele Pescatore

Bologna, il Mulino, 473 pp., euro 34,00 2008

Gabriele Pescatore è stato dirigente della Cassa per il Mezzogiorno dal 1955 al 1976. In questa raccolta di suoi scritti, realizzata dalla Svimez, è possibile ripercorrere l’evoluzione dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, promosso nel 1950 dal VIgoverno De Gasperi, e apprezzare la complessità di un’operazione che avrebbe cercato di trasformare il Sud del paese, di colmare il divario esistente con il Nord, di fare del Mezzogiorno una «questione nazionale». Preceduti da un’utile introduzione del presidente della Svimez, Nino Novacco, gli scritti di Pescatore, insigne giurista, presentano la Cassa per il Mezzogiorno sotto molteplici punti di vista, quale «modello» di riforma dell’amministrazione, esperimento di programmazione e di coordinamento (con somiglianze e differenze rispetto alla Tennessee Valley Autorithy, più volte richiamata), organo straordinario dello Stato che si fa ordinario, ente di negoziazione di prestiti con l’estero (come nel caso dei finanziamenti ottenuti dalla Banca Mondiale per lo sviluppo), strumento di sviluppo dell’agricoltura e poi di industrializzazione.Attraverso lo sguardo attento ed onesto di Pescatore è possibile seguire l’evoluzione dei compiti affidati alla Cassa, come questi gradualmente si siano moltiplicati nel tempo, ponendo ai dirigenti dell’organo difficoltà di coordinamento di investimenti che, dagli anni ’60 in poi, riguardarono, allo stesso tempo, agricoltura, industria, edilizia, sanità, infrastrutture come porti e aeroporti. Nel tentativo di dare concretezza ad un meridionalismo che finalmente trovava in un organo agile sostenuto dallo Stato la possibilità di dare maggiore coesione alle due parti del paese, Pescatore registra anche i limiti di un intervento che ha trasformato effettivamente alcune aree del Sud ma che, progressivamente, perde il criterio della selettività degli investimenti e disperde la propria azione di sviluppo. Limiti, come è noto, che porteranno alla «morte» della Cassa, nel 1984.Sui risultati di quella esperienza, studiosi e storici si sono interrogati a lungo, fino a ritenere inattuale l’idea di un’agenzia che, dotata di poteri e investimenti significativi, intervenga centralmente, dall’«alto», tramite la leva pubblica per contrastare il perdurante dualismo tra il Sud e il Nord del paese. A chi, a metà degli anni ’70, contestò alla Cassa clientelismo e mancanza di efficienza, Pescatore rispose che la Cassa aveva rispettato le volontà del Parlamento, e che, ancora prima degli organi e dei modelli di intervento, uno dei problemi principali delle politiche meridionaliste stava negli uomini, ossia, come già avevano detto prima di lui meridionalisti come Guido Dorso e Manlio Rossi-Doria, nella mancanza storica di una classe dirigente, in grado di assumere iniziative e responsabilità. Era un’affermazione drastica, un nuovo invito al Sud, ad innovare una classe dirigente cui manca fortemente l’impegno e l’etica dei «primi» uomini della Cassa e del dopoguerra, come è stato Pescatore, testimone di un importante passato.


Emanuele Bernardi