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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il mio nome è Lucy. L'Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale

Gabriella Romano

Donzelli, Roma, 96 pp., Euro 16,00 2009

Gabriella Romano scrive e gira documentari, che ha imparato a fare a Londra negli anni '80. Il suo lavoro, che quasi sempre accoppia testo e video, si orienta fra «l'ossessione personale per la memoria, per registrare» e quella di «raccontare la vita nascosta delle donne» e dei diversi; fra la storia orale, su cui ha lavorato con Luisa Passerini, e i tropismi del genere e della sessualità.Questo libro nasce da ripetuti colloqui con Lucy, una transessuale di ottant'anni compiuti, nata Luciano nel 1924 nella provincia piemontese. Si è riconosciuto omosessuale, occasionalmente travestito, nella Bologna fascista. Arruolato pochi giorni prima dell'8 settembre, diserta, sfugge come un'anguilla a fascisti e tedeschi finché viene internato a Dachau. Una fotografia lo ritrae un anno dopo, ancora un ragazzino. Nel dopoguerra tira avanti fra avanspettacolo e lavori occasionali, aiuta la famiglia e gira l'Europa seguendo amanti. Nel '52 lascia tutto e va a Torino per iniziare una nuova vita. «A Milano mi conoscevano già, lì avevo fatto marchette da giovane, a Firenze anche, a Venezia facevo il borseggiatore, a Bologna ero conosciutissimo e poi ero meno libero, con la famiglia intorno» (p. 55). Sono gli anni del boom, tutti hanno voglia di vivere, di spendere e di trasgredire: ha un grande successo come tappezziere-artista e come persona. «Non ero più Carmen, la Carmen della guerra, di Dachau, della fame del dopoguerra. Sono diventata Lucy, una persona nuova» (p. 63). Nel 1982 l'operazione che la trasforma in donna, quando ha quasi sessant'anni e in una Torino ormai cupa, segna il declino del successo e dell'intraprendenza. Torna sul marciapiede, torna a Bologna per assistere la madre malata, vive segmenti di famiglia. È una fase di ripiegamento sull'interiorità e di ricomposizione della propria immagine e della propria vita. Sui documenti è rimasta Luciano e all'evidente incongruenza oppone «mi piace il mio nome, me l'hanno dato i miei genitori [...]. Sto bene così e perciò questa faccenda del nome non è un problema mio, è un problema degli altri. Che se lo risolvano loro« (p. 71).I brevi interventi della Romano all'inizio e alla fine della narrazione ci offrono più chiavi di lettura. La prima riguarda la memoria e la natura dell'autobiografia. Ci sono storie raccontate troppe volte e quindi usurate - «una persona anziana ricorda i vent'anni, non come li ricorda ma come ricorda di averli raccontati» - e ci sono storie rimosse e perdute per mancanza di esercizio: quelle di molti omosessuali durante il fascismo che «hanno interiorizzato la censura». Questa di Lucy «è una ?voce intatta" perché detta a voce alta per la prima volta» (p. 10). Una seconda chiave di lettura riguarda la storia transgender, di cui il libro è uno dei rari contributi italiani, ed in cui l'alternanza dei ruoli di genere è più consapevole e tesa alla ricerca di sé. Infine, è un invito ai giovani transessuali a legare il loro presente e futuro con il passato. Ma, soprattutto, è una voce di rara integrità.


Serenella Pegna