SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Cavour e Bismarck. Due leader fra liberalismo e cesarismo

Gian Enrico Rusconi

Bologna, il Mulino, 212 pp., Euro 15,00 2010

Gian Enrico Rusconi è uno dei pochissimi scienziati sociali italiani che lavori, in modo intenso e fruttuoso, ai temi della storia e con gli strumenti degli storici. Lo ha fatto più volte in passato, pubblicando saggi sulla politica di potenza tedesca, sulla congiuntura europea del 1914 e italiana del 1915, su Weimar. E dunque non stupisce che - tra la scarsa messe di studi nati dal centocinquantesimo dell'unità italiana - figuri questo suo Cavour e Bismarck: un libro di storia, più che di scienza politica, o di una storiografia che ricava dalla scienza politica capacità ermeneutica e non le formalizzazioni così spesso indigeste ai professionisti di Clio.Proponendosi di mettere a confronto i «due modelli di leadership politica» che stanno all'origine degli Stati-nazione italiano e tedesco, Rusconi in realtà ripercorre e riorganizza gli eventi di politica interna e internazionale che si addensano rispettivamente intorno al 1860 e al 1866. Ed è attraverso l'analisi storica che l'a. restituisce interesse al non nuovo parallelo tra il realismo politico di Cavour e di Bismarck, sostanziandolo con le condizioni contestuali profondamente difformi al cui interno si muovono i due statisti.Su questo piano, appare evidente come il punto di partenza - se non il punto principale - del doppio percorso sia, sul versante sabaudo, un costituzionalismo liberale fattosi corposo parlamentarismo e, sul versante prussiano, un sistema politico segnato invece da una Costituzione non parlamentare e dal principio dell'autorità monarchica. Significativamente, se la dittatura che Cavour arriva a teorizzare alla vigilia della guerra del 1859 è una «dittatura parlamentare», faticosamente costruita all'interno dell'arcipelago dei deputati sabaudi, il cancelliere prussiano opterà invece per quel suffragio universale che è, in effetti, ambiguo strumento di tipo populista e che gli permetterà di sottrarre il Parlamento alla vecchia maggioranza liberale, quella che si fondava su elezioni censitarie. Il meno che si possa dire è che esiste un abisso, ideale e pratico, tra il Cavour del «connubio» e il cancelliere del «governo del conflitto».Ma molte altre sono le diversità tra i pezzi della scacchiera piemontese e della scacchiera prussiana, dalla natura del movimento nazionale all'imparagonabile forza geopolitica dei due paesi, tanto che alla fine viene il sospetto che ciò che concretamente accomuna il conte e lo Junker sia soltanto un approccio da Realpolitik, giocato all'incrocio tra liberalismo e cesarismo, Parlamento e popolo, nazione e dinastia.E questa, intendiamoci, non è una critica: l'approccio storiografico adottato da Rusconi, se ridimensiona l'intento comparativo del saggio, lo rende non effimero, anzi ricco di spunti di discussione. C'è da discutere, per dirne una, l'ipotesi che «il patriottismo/nazionalismo cavouriano [sia] sin dall'inizio italiano», mentre «il patriottismo bismarckiano [sia] innanzitutto prussiano» (p. 198) È proprio così? Oppure l'Italia unita dei moderati nasce tardi, sull'onda di eventi che il conte non ha potuto prevedere, non è riuscito a gestire pienamente e neppure ha del tutto condiviso?


Paolo Macry