SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La RSI. La Repubblica voluta da Hitler

Gianfranco Porta (a cura di)

Roma, Ediesse, pp. 223, euro 11,00 2005

Il volume curato da G. Porta è composto dai contributi presentati in occasione di un convegno sulla RSI tenutosi a Gardone Riviera nell'aprile 2005 (testi di Borghi, Gagliani, Franzinelli, Germinario, Mignemi, Poggio, Antonini, Giannantoni, Caporale, Mantegazza, Pepe). La Repubblica sociale italiana fu l'unica vera opportunità offerta al fascismo intransigente per emergere ed esprimere le sue propensioni politiche, attraverso la militarizzazione del partito e la formazione delle Brigate Nere. Come nota la Gagliani, questa iniziativa non fu subita, bensì sostenuta da Mussolini ? con il fondamentale sostegno organizzativo di Pavolini ? allo scopo di combattere il nemico interno. Il filo conduttore dei saggi è la rappresentazione di un fascismo repubblicano impegnato a creare i presupposti per la preservazione non solo dell'ideologia fascista, ma anche dello Stato unitario così come il fascismo l'aveva pensato. Lo sforzo di Mussolini di trasferire ampie parti delle amministrazioni centrali dello Stato al Nord, l'impegno di governo sul territorio, l'attività militare delle forze armate repubblicane e la nuova legislazione sociale avrebbero dovuto essere il seme da cui, una volta finito il conflitto, sarebbe risorto un sentimento nazionale davvero fascista. Tutti gli autori dei saggi, seppure in vario modo, tendono a notare come la RSI volesse essere da un lato la risposta alla pulsione antiregime emersa con lo sfaldamento del blocco sociale borghese del 25 luglio e, dall'altro lato, lo strumento attraverso cui riportare in primo piano quella solidarietà nazionale che era stata l'obiettivo che si era dato il fascismo prima maniera. Il risultato fu assolutamente negativo: la RSI non riuscì a divenire uno Stato, sopravvivendo solo grazie alla forza delle armi tedesche. Il fascismo repubblicano, perciò, non seppe né ritrovare quel sostegno che la borghesia italiana aveva garantito al regime, né conquistare il sostegno dei lavoratori. Come ricorda Poggio, gli scioperi del '43 e del '44 mostrarono il rigetto da parte operaia del sindacalismo nazionale proposto dal fascismo e ripreso dalla Repubblica sociale. Essi diedero inizio a una progressiva politicizzazione delle masse lavoratrici (soprattutto quelle delle fabbriche) che iniziarono a spostarsi sempre più verso il PCI. Nel complesso, la lettura del testo riconferma l'impressione che il crollo del fascismo e l'esperienza di Salò furono frutto del progressivo distacco del regime dalle richieste di quel popolo di cui il fascismo rivendicava la guida e la rappresentanza. Rifiutato dal paese, deludente nei suoi tentativi di socializzazione, ampiamente compromessosi con il ritorno alla ?violenza per la violenza? degli ultimi mesi, il fascismo saloino seppe creare, al più, i presupposti del futuro movimento neofascista del dopoguerra. Un movimento che percepì la propria estraneità dal paese, composto da ?esuli in patria? (secondo una fortunata espressione), ma deciso a difendere la propria specificità e pronto a proseguire con altri mezzi la propria lotta, se si fossero poste le condizioni nel futuro.


Lucio Valent