SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Una comunità in guerra. La Certosa di Farneta tra resistenza civile e violenza nazista

Gianluca Fulvetti

Napoli, l'ancora del mediterraneo, 283 pp., euro 25,00 2006

La ricerca sulle stragi compiute dalla Wehrmacht nell'Italia centrale ha individuato una casistica assai variata per le loro cause. Ma sembrano sempre comparire due elementi: le stragi si compiono per lo più in isolate località di alta collina o di montagna, gli uccisi sono prevalentemente contadini. I tedeschi, spesso aiutati da fascisti repubblicani, uccidono in modo «astratto» e impersonale: muore chiunque si trovi in una determinata area; oppure tutti coloro che sono arrestati fino a quando i massacratori hanno raggiunto il numero di vittime prefissato. La strage non è preceduta da indagini volte a separare partigiani e antifascisti dal resto della popolazione. Così spesso sono uccisi i fiduciari fascisti locali (segretari del fascio, podestà) ma anche soldati repubblicani in licenza. Nel massacro della Certosa di Farneta preso in esame da Fulvetti con il bel libro Una comunità in guerra entrambi questi caratteri sembrano assenti. La Certosa è infatti un convento di clausura ma è tutt'altro che isolata, visto che si trova a pochi chilometri da Lucca. Nei mesi convulsi del passaggio del fronte ospita antifascisti, partigiani, ebrei, semplici sfollati e persino potenti funzionari della RSI che erano fuggiti all'ultimo momento, attirando su di sé un odio particolarmente vivace. Tedeschi e fascisti sono insospettiti dalle visite di parenti ai congiunti nascosti. Un sergente della XVI Divisione SS, Eduard Florin, inizia a frequentare la Certosa spacciandosi per devoto cattolico. Frequenta anche il paese di Farneta, e pone mille domande agli abitanti. La sua attività di intelligence gli fa capire chi si nasconda nel convento e quali siano i monaci più impegnati nell'assistenza ai fuggitivi. Dopo l'irruzione nella Certosa i tedeschi arrestano tutti i rifugiati e tutti i monaci. Nei giorni seguenti alcuni riusciranno a salvarsi, ma gli antifascisti riconosciuti e i monaci direttamente coinvolti nell'assistenza saranno uccisi. In questa strage, quindi, non si muore per caso: gli uccisi sono stati prima riconosciuti attraverso indagini raffinate e prolungate. Tuttavia anche in questo caso compare la banalizzazione della morte tipica dei nazisti, che uccidono anche alcuni monaci non «colpevoli», ma anziani e quindi, ai loro occhi, inutili. Se i monaci sono arrivati ad aprire ai fuggitivi un convento di clausura, e se forse hanno anche stretti contatti con la Resistenza questo si spiega con la storia della Chiesa lucchese negli anni precedenti, che Fulvetti ripercorre in dettaglio nella prima parte del libro. Sotto la guida di un arcivescovo molto coraggioso, monsignor Antonio Torrini, la diocesi esprime infatti una rete di parroci capaci di un'opposizione al fascismo negli anni del regime, e di una vera «resistenza civile» nel periodo dell'emergenza. Nonostante l'unicità di questa strage, anche in questo caso compare la tendenza a trovare, oltre i veri colpevoli, un capro espiatorio nel monaco più impegnato e, forse, direttamente coinvolto nella Resistenza, il padre procuratore Gabriele Costa, (sommessamente) accusato di ingenuità, leggerezza e irresponsabilità per aver aperto ai profughi il convento, mettendo a repentaglio la sicurezza dei suoi confratelli.


Giovanni Contini