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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Liberalismo e rivoluzione in Russia. Il 1905 nell'esperienza di M.M. Kovalevskij

Giovanna Cigliano

Napoli, Liguori, pp. 501, euro 28,00 2002

Padre della moderna sociologia russa, giurista, etnografo, economista e storico, M.M. Kovalevskij (1851-1916) emerge nella seconda metà degli anni Settanta tra i ?giovani professori? dell'Università di Mosca superando la vecchia contrapposizione tra occidentalisti e slavofili in nome di una ?scienza sociale? pienamente cosmopolita, ma sempre molto legata al tema della modernizzazione delle società semi-arcaiche. Interessato ai temi dell'origine della famiglia e della proprietà, attivissimo tramite personale tra l'ultimo Marx e la Russia, Kovalevskij viene allontanato dall'insegnamento nel 1887 e fino alla prima rivoluzione vive in emigrazione, tenendo corsi nelle università di Stoccolma, Oxford, Chicago, Parigi e Bruxelles. In Francia si penetra del tipico clima radical-democratico-massone della terza repubblica, divenendo uno dei principali finanziatori della colonia russa della capitale, gruppi rivoluzionari inclusi. L'opera, che mostra ancora una volta le larghe conoscenze e capacità dell'autrice, si concentra sull'attività di Kovalevskij nel 1905-07, ma allo stesso tempo cede alla tentazione di darci anche l'abbozzo di una biografia generale del personaggio. Nel corso della lettura, anzi, sorge spesso il sospetto che la parte più interessante dell'opera sia, in sostanza, proprio l'altra. Più opinionista che vero politico, Kovalevskij in effetti non dà il meglio di sé nei duri anni rivoluzionari, quando ripetutamente gli sfugge il reale peso delle forze in campo. Egli teme il voto contadino ritenendolo reazionario, foriero di bonapartismo e clericalismo di massa, mentre è contrario alla riforma agraria di Stolypin considerandola l'innaturale prodotto di un troppo ardito progetto di ingegneria sociale. Forse l'elemento più significativo della sua attività di questi anni è la rifondazione della massoneria russa, silente da quasi un secolo. Deputato alla prima Duma e poi membro del Consiglio di Stato, Kovalevskij non capisce e non accetta lo spirito dei partiti moderni che vanno emergendo in Russia, considerandoli ancora storicamente infondati e sostanzialmente transitori. La sua rivalità con Miljukov costituisce, in questo senso, qualcosa di molto più importante di un fatto personale. L'autrice sembra volersi inserire nella nuova corrente della storiografia russa convinta che l'epoca sovietica vada sostanzialmente considerata una parentesi storica, e che si possano cogliere importanti elementi di continuità tra la vita politico-culturale russa pre- e post-rivoluzionaria. Il problema, qui, sta tutto nel definire il ?liberalismo? russo, di fatto (indipendentemente da Kovalevskij) spesso estremamente rivoluzionario, politicamente contiguo alle prime forme di terrorismo moderno (cioè partitico), e soprattutto portato a sostenere politiche di espropriazione di massa delle terre coltivate. La difesa della proprietà privata, che solitamente associamo strettamente al concetto, è in effetti limitata e incerta, non solo nei partiti liberali d'inizio Novecento ma anche in seno all'amministrazione zarista, almeno a partire dal 1861.


Antonello Venturi