SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra

Giovanna Procacci

Bulzoni, Roma 1999

In Francia e in Inghilterra l'agosto 1914 aveva consacrato - per riprendere una frase di François Furet - il trionfo della nazione sulla classe. E nonostante i lutti immensi e gli enormi sacrifici che la Grande Guerra costò, la nazione ha tenuto fino alla fine, il corpo sociale si è conservato sostanzialmente unito e ha serbato intatti i suoi ordinamenti politici liberaldemocratici. In Italia invece la guerra, malgrado la vittoria, ha divaricato ai limiti della rottura i rapporti sociali, creando i presupposti perché la nazione potesse imporsi sulla classe solo a prezzo dell'instaurazione di un regime dittatoriale. I numerosi saggi che Giovanna Procacci è andata elaborando nel corso del tempo e che ha raccolto in questo volume contribuiscono a spiegare la ragione di questi diversi destini. C'è stato certamente un deficit di sentimento nazionale nella massa dei combattenti italiani, che giunsero a quella terribile prova già con un debole senso di appartenenza alla casa comune Italia. Ma è proprio nella prova che si mise in evidenza che il sentimento nazionale, inteso non come astratto amor patrio ma senso di responsabilità e sollecitudine verso i propri concittadini, mancava in primo luogo alla classe dirigente. Nella prospettiva comparativa, che è uno dei pregi di questo libro, si vede bene che mentre le classi dirigenti francesi e inglesi riuscirono a mantenere unite a sé le classi subalterne condividendone in larga misura le sofferenze e soprattutto mostrando particolare attenzione allo stato d'animo e alle condizioni di vita popolari, in quelle italiane prevalse l'incuria per il benessere del popolo e dei soldati, la diffidenza e una forte sfiducia di fondo sulla possibilità di guadagnarli alla causa nazionale, e perciò la volontà di imporre l'obbedienza con la forza anziché con la ricerca del consenso. Il risultato fu deleterio, non solo sul fronte di guerra, come mostrò Caporetto, ma anche sul fronte interno, dove l'inevitabile peggioramento delle condizioni di vita mutò l'atteggiamento passivo di gran parte delle classi popolari in manifestazioni di protesta più estese e prolungate nel tempo di quelle che si verificarono nelle retrovie degli altri paesi vincitori. L'a. esamina attraverso una molteplicità di fonti tutto il campionario delle ragioni che spinsero tanti uomini e donne a compiere il percorso "dalla rassegnazione alla rivolta". Sofferenze e privazioni, ma anche indignazione contro gli "imboscati", per lo più appartenenti agli strati sociali più elevati. Carovita e fame, ma anche ribellione contro gli accaparratori e speculatori sui beni alimentari. Insensibilità femminile alle ragioni della guerra, ma anche risposta al supersfruttamento delle donne immesse massicciamente nei lavori maschili in fabbrica e nelle campagne. A lettura compiuta risulta più chiaro perché "la guerra 1915-1918 non riuscì a raggiungere l'obiettivo della 'nazionalizzazione degli Italiani', ma al contrario esasperò le fratture interne e accentuò la dicotomia tra popolazione e Stato".


Gabriele Ranzato