SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Risorse

Guerre Civili. Una storia attraverso le idee

David Armitage

Donzelli, 247 pp., € 27,00 (ed. or. New York, Alfred A. Knopf, 2017, traduzione di David Scaffei) 2017

È evidente che, come osserva l’a. nella Introduzione, la «guerra civile» non ha «un’identità stabile, né una definizione condivisa», e che si tratta di «un concetto fondamentalmente politico, che nel corso dei secoli è stato reinterpretato e reimpiegato in molteplici contesti e per molteplici scopi» (p. 18). Ma ripercorrendo il repertorio di riflessioni che si sono susseguite a partire dal mondo greco-romano, si vede che malgrado la sua plasmabilità e disponibilità a essere interpretata in senso metaforico, c’è stato un discrimine tra un’idea di guerra civile in senso forte e una più debole e generica, applicabile a ogni conflitto all’interno di qualsiasi insieme di uomini, o addirittura dell’intera umanità, come scriveva Fénelon nel suo Dialoghi dei morti: «Tutte le guerre sono civili, poiché è sempre l’umanità che versa il proprio sangue» (p. 162). Il prerequisito indispensabile della guerra civile è il forte senso di appartenenza a una stessa comunità di coloro che vi si affrontano, prima di muoversi guerra l’un l’altro. Ed è per questo che più la comunità si dilata nello spazio – e più dunque il senso di appartenenza ad essa è facilmente sfidato o eroso da altre appartenenze –, meno i protagonisti di un conflitto armato al suo interno sentiranno di combattere una guerra civile. Questo già si desume dalla differenza tra le guerre intestine della Roma repubblicana, che dilaniano una comunità in cui è molto forte e diffuso l’orgoglio di appartenenza a una stessa civitas, e quelle che si scatenano nei secoli dell’Impero su territori molto vasti e diversamente popolati. Anche la guerra combattuta in America tra unionisti e confederati è divenuta «guerra civile» soprattutto dopo la vittoria dei primi, perché il senso di comune appartenenza dei contendenti non era poi tanto più forte di quello esistente entro la comunità britannica di coloni e inglesi della Rivoluzione americana, non a caso considerata da alcuni, sia allora che in sede storiografica, anche una guerra civile (p. 113). Questi casi sottolineano la tendenza delle guerre civili a essere inghiottite dalle loro motivazioni. Così è stato per le guerre di religione dell’età moderna. Ma è soprattutto la rivoluzione a essersi loro imposta, a partire da quella francese con cui si apre un’epoca di appartenenze sovranazionali che si scontrano con quelle dei sempre più diffusi ed esasperati nazionalismi. Il marxismo-leninismo fa della guerra civile uno strumento di lotta dei «proletari di tutto il mondo». Ma l’internazionalismo si rivelerà presto perdente, e anche nella stessa Russia, dove i suoi sostenitori rivoluzionari si affermeranno attraverso una guerra civile, il compito sarà loro facilitato da un limitato senso di appartenenza comune di tutte le nazionalità che componevano l’Impero zarista. L’a. ci mostra che la violazione sanguinosa del sentimento di appartenenza, che è implicita nel sinonimo corrente «guerra fratricida», non è affatto considerata nel mondo attuale un carattere distintivo della guerra civile. Ma forse allora si tratta di un’espressione multiuso la cui concettualizzazione è oggi impossibile.


Gabriele Ranzato