SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I 100 anni dell’elmetto italiano 1915-2015. Storia del copricapo nazionale da combattimento

Giovanni Cecini

Roma, Ufficio Storico Stato Maggiore della Difesa, 362 pp., s.i.p. 2015

La ricerca, complessa e originale, colma un vuoto nella storiografia italiana in tema di storia dell’elmetto delle forze armate in Italia. L’a., studioso di storia militare, ripercorre gli avvenimenti che hanno visto protagonista, dallo scoppio della prima guerra mondiale sino ai giorni nostri, uno degli elementi indispensabili per il combattimento, interrogandosi sul suo futuro e sullo sviluppo per i nuovi compiti di un esercito professionale. Merito dell’a. è saper integrare le proprie competenze di collezionista con quelle di storico senza cadere nella tradizionale dicotomia esistente tra il mondo storico-militare e quello collezionistico della militaria, anche grazie alla particolarità dell’elmetto che ha la facoltà di essere stato indossato da tutte le forze armate e di polizia del paese sino a rappresentare qualcosa in più di un semplice copricapo. «Non si può rintracciare quindi un simbolo più interforze negli ultimi cento anni di vita nazionale in pace e in guerra» (p. 13) tanto che l’elmetto appare in questa prospettiva quasi come un luogo della memoria se, seguendo la definizione di Pierre Nora, lo definiamo come un’unità significativa, d’ordine materiale e ideale, che la volontà degli uomini o il lavorio del tempo ha reso un elemento simbolico di una qualche comunità. E lo fu da subito, dallo scoppio della prima guerra mondiale, quando i comandi italiani si spesero per l’importazione dell’elmetto Adrian, utilizzato dall’alleata Francia, che migliorò sensibilmente il numero e la gravità dei casi di ferita alla testa. La produzione di un esemplare autarchico, il modello 16, unico caso tra le nazioni belligeranti, sarà considerato un successo dell’apparato militare del paese e renderà «l’elmetto della vittoria» uno degli elementi della narrazione vittoriosa delle classi militari, tanto da essere l’ispiratore del modello 33, l’elmetto più longevo della storia nazionale anche dopo l’esperienza del secondo conflitto mondiale. Infatti, sebbene il corredo rimanesse per larga parte di derivazione alleata, le forze armate dell’Italia repubblicana lo continuarono a utilizzare, pur senza i simboli monarchici, attingendo alle ancora abbondanti scorte dell’epoca bellica. L’elmetto perse quindi la valenza guerriera che l’aveva contraddistinto dall’inizio; tuttavia il 33 fu utilizzato per l’ultima volta solo nella missione di pace in Libano del 1982, ultima testimonianza di un’epoca oramai passata. L’era atomica, conclude l’a., non ha comunque modificato le caratteristiche necessarie per la difesa della testa del soldato professionista che, passato dall’acciaio alla più moderna fibra, si è adattato alla nuova priorità delle forze armate italiane, sintetizzata dal ministro della difesa Pinotti alla presentazione del nuovo stemma araldico dell’esercito, «proteggere e non attaccare» (p. 350).


Andrea Argenio