SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I Papi e il moderno. Una lettura del cattolicesimo contemporaneo (1903- 2016)

Daniele Menozzi

Brescia, Morcelliana, 167 pp., € 16,00 2016

Fine studioso della cultura cattolica in età contemporanea, Daniele Menozzi ha distillato un aureo libretto di nove capitoli, uno per pontefice, da Pio X a Francesco. In presa diretta, i testi pontifici, niente note, scarso dialogo con gli studi. L’essenza del moderno, egli dice, è la rivendicazione dell’autonomia del soggetto, e dunque «l’autonomia delle realtà terrestri dalla direzione ecclesiastica» (p. 21). Il conflitto inizia con il 1789 e si fa più aggressivo col Sillabo. La scelta di iniziare con l’elezione di papa Sarto – non con la Rerum Novarum – addita un moderno che si manifesta, o fa proseliti, all’interno della Chiesa. Comincia allora la strategia che l’a. sintetizza come «rifiuto della modernità, impulso alla modernizzazione, condanna del modernismo» (p. 159). Lo leggiamo nell’ultima pagina, dove si dice che papa Francesco l’ha abbandonata. Bergoglio è, infatti, il momento di rottura che retrospettivamente definisce l’intera traiettoria. La linea aperta nel 1903 attraversa due guerre mondiali e i fascismi. Per i pontefici la guerra è inviata da Dio per punire l’umanità dei suoi peccati. La deprecano, pur ribadendo con qualche distinguo la dottrina della guerra giusta. Contro la «peste del laicismo» e contro la sacralizzazione della politica e la divinizzazione della nazione Pio XI afferma la regalità di Cristo, da cui discende per la Chiesa il diritto di «ammaestrare le genti, di far leggi, di governare i popoli» (p. 51). E «pur contrapponendosi ai totalitarismi […] la Chiesa non manca a sua volta di proclamare il suo carattere totalitario» (pp. 55-56). Arrivano il dopoguerra e l’affermazione dei diritti. La Chiesa – assai scettica, come è noto, sulla dichiarazione del 1948 – li riconosce come derivanti da un ordine naturale di cui essa è unica interprete. Dunque il capitolo su Pio XII è intitolato «Democrazia, purché cristiana». Con Giovanni XXIII dal principio dell’indifferenza verso i regimi politici si passa alla scelta per la democrazia. E della modernità ora si accetta anche il metodo critico, l’universalismo, i diritti. Un altro passo: con Paolo VI nasce la «Chiesa dei poveri», un sintagma abbandonato però da Wojtyła per le sue valenze materialistiche, o classiste. È una fase di ritorno alla tradizione: l’autodeterminazione rimane un nemico mortale; spetta alla Chiesa stabilire le coordinate della vita collettiva. Non così per il successore Bergoglio. Il quale, nell’accogliere i diritti moderni – e «non può essere messo in dubbio il sostegno che da questa posizione deriva ad un occidente in difficoltà nell’autorappresentazione della propria identità» (p. 7) – non mette in discussione la dottrina, e anzi ribadisce la contrapposizione all’autonomia dell’agire mondano (p. 154). Ma il richiamo alla trascendenza intende allargare i confini delle conquiste umane, non chiede sottomissione ma offre soccorso e comprensione, misericordia e accoglienza. Siamo, trionfalmente, all’oggi. A noi rimane solo il dubbio se la «Chiesa povera» – che è diversa dalla Chiesa dei poveri – non rappresenti la nuova, massima sfida alla modernità, una modernità che certo non ha alcuna vocazione pauperistica.


Raffaele Romanelli