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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Tre nazioni, una costituzione. Storia costituzionale del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (1917-1921)

Igor Pellicciari

Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, pp. 141, euro 9,00 2004

Non ci si può che rallegrare di un volume che opera la felice scelta di isolare i primissimi anni della prima esperienza statale jugoslava, ossia quella del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi Regno di Jugoslavia), focalizzandosi sugli avvenimenti politico-istituzionali che diedero l'impronta all'intero periodo interbellico degli slavi del Sud. Si affronta così la vicenda, generalmente assai trascurata, di quell'ambigua istituzione che traghettò gli slavi meridionali ex asburgici dall'Impero austro-ungarico al Regno jugoslavo, vale a dire lo Stato degli Sloveni, dei Serbi e dei Croati. Il pregio del libro, in corrispondenza con la formazione dell'autore, sta proprio nel focalizzare la propria attenzione sugli aspetti procedurali relativi alla formazione, allo scioglimento e alla rifondazione delle istituzioni coinvolte nel processo di state building in esame. Inoltre, è nell'ottica del diritto costituzionale che viene proficuamente analizzata la stesura della prima Costituzione monarchica del 1921, con la cui proclamazione il libro si chiude. L'unificazione degli slavi del Sud emerge anche da questa prospettiva come un processo non paritario che vede la netta predominanza dell'elemento politico e istituzionale serbo su tutti gli altri. Un aspetto che si lega a quelle che l'autore individua come delle ?anomalie? dello sviluppo istituzionale in esame rispetto ai modelli analitici di cui ci si serve per la comparazione storica; conseguentemente, nelle pagine iniziali si propongono spunti assai stimolanti ? ma non sviluppati ? per una loro integrazione-revisione sulla base di questo case study. Eppure, benché il breve volume esponga programmaticamente l'obiettivo di non rivolgersi unicamente né agli esperti d'area, né a quelli di settore, risulta spesso di difficile lettura per chi non s'intenda della storia jugoslava del periodo, a causa di numerosi dati che sono menzionati ma non spiegati: denominazioni di aree geografiche poco note, di istituzioni, sigle di partiti non sciolte, pseudonimi non svelati (L. von Suedland, ossia Ivo Pilar, in bibliografia). Più in generale, l'interesse del tema è svilito da una certa trascuratezza nella sua presentazione, registrandosi numerosi errori ortografici quando si cita da lingue straniere (dal tedesco, ma persino dal serbo-croato), errori grossolani nelle tabelle, in disaccordo per di più col rispettivo commento nel testo (pp. 102-103). Se l'abuso di maiuscole è da attribuire all'autore, la grave assenza dei segni diacritici per i termini in serbo-croato è un problema più generale dell'editoria italiana, che nel suo sforzo di internazionalizzarsi spesso fatica ancora ad accogliere un aspetto elementare delle culture straniere, quale la grafia corretta dei termini citati in lingua originale. Il lettore non deve però farsi scoraggiare da queste e altre mancanze (in ogni caso è consigliabile di affiancarvi il classico sul tema, The national question in Yugoslavia di Ivo Banac, 1984), poiché si perderebbe un testo che rappresenta comunque una indagine seria e dai risultati fruttuosi.


Stefano Petrungaro