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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il codice e la sciabola. La giustizia militare nella Sicilia dei Borbone tra repressione del dissenso politico ed emergenza penale (1819-1860)

Giacomo Pace Gravina

Acireale-Roma, Bonanno, 220 pp., € 17,00 2015

Il volume affronta un tema non molto studiato eppure di grande rilievo, che si sbaglierebbe a considerare materia esclusiva degli storici militari e del diritto. Una let- teratura italiana e tanto più internazionale ha infatti già mostrato come l’analisi della giustizia militare possa contribuire non solo a una storia sociale degli uomini in divisa o alla comprensione dei meccanismi di educazione/disciplinamento insiti nella vita milita- re, ma come essa possa più in generale gettar luce su un aspetto non secondario dei più ampi processi di State building e di gestione del dissenso politico-sociale in età moderna e contemporanea. Partendo da questo assunto e fondandosi su un vasto corpus documentario, il libro segue le vicende della giustizia militare borbonica in Sicilia dalla Restaurazione all’unifica- zione italiana, avendo fra gli altri due grandi meriti. Primo, quello di uno stile scorrevole e chiaro, puntuale nell’analisi di istituti giuridici e procedure ma scevro degli inutili tecnici- smi che spesso confinano gli studi di storia del diritto giocoforza nel ristretto ambito degli specialisti; secondo, quello di non investigare soltanto l’aspetto propriamente normativo e l’architettura istituzionale della giustizia militare borbonica, ma di guardarne parallela- mente anche gli uomini e le pratiche, che non di rado si rivelano distanti dalla lettera del codice penale, nelle Due Sicilie come del resto altrove. Ne viene fuori un quadro ricco di spunti importanti per riscrivere la storia della Sicilia borbonica. Una riscrittura che parte dall’idea secondo cui è soprattutto nella ten- sione fra rivoluzione e repressione che si può inscrivere questa specifica storia dell’isola (p. 13), e perciò si focalizza inevitabilmente su alcuni momenti cruciali già cari agli studi sul Risorgimento (i moti del 1820-1821, il 1848, il 1860). Ma è anche una riscrittura che non perde mai di vista la fisiologia di un fenomeno altrettanto rilevante pure in frangenti come il colera del 1837 o nell’affrontare la criminalità comune. È infatti soprattutto nel costante operare di questi strumenti giudiziari che si comprende appieno «il come della repressione» (p. 14), consentendo di cogliere l’eccezionalità dei momenti caldi dell’800 meridionale. Più difficile appare invece identificare le peculiarità del caso siciliano. E ciò non solo per qualche sorprendente lacuna bibliografica (su tutte, il Davis di Legge e ordine), ma anche per la tendenza a evitare comparazioni con molti dei coevi casi di studio italiani e stranieri già analizzati dalla storiografia, a cominciare da quelli sabaudo e francese per finire con quelli dei grandi imperi multinazionali. Un peccato, senza dubbio: non solo si sarebbe forse potuto smorzare/relativizzare qualche giudizio nei confronti di sanzioni e procedure assai diffuse a quei tempi, ma ne avrebbe probabilmente beneficiato la ricostruzione di un sistema repressivo frutto – come molti altri – di continui transferts culturali e insospettabili ibridazioni fra esperienze spesso antitetiche solo in apparenza.


Marco Rovinello