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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'Europa possibile. La CGT e la CGIL di fronte al processo di integrazione europea (1957-1973)

Ilaria Del Biondo

Roma, Ediesse, 309 pp., Euro 15,00 2007

L'a. è ricercatrice presso la Fondazione Di Vittorio e presenta con questo libro un approfondimento della sua tesi di dottorato in Storia del movimento sindacale. Prendendo le mosse dagli effetti dell'ERP sul movimento sindacale europeo - la fine dell'unità sindacale conseguente alla promozione del modello di relazioni industriali fondato sulla politics of productivity -, il rapporto tra le due centrali sindacali e l'integrazione europea è qui scandito in tre grandi fasi. Nella prima, 1950-1957, prevalendo la logica dei blocchi e assumendo la costruzione europea valenze strategico-militari, le due confederazioni conversero su una linea di netta opposizione all'integrazione. Nella seconda, 1957-1967, con l'avvio di una nuova fase dell'integrazione e nel quadro di una ridefinizione della propria azione a livello nazionale, la CGIL impostò una revisione delle proprie posizioni, aprendo all'integrazione come «necessità oggettiva» che, pur con molteplici rischi, poteva, a condizione di coinvolgervi le classi lavoratrici, dischiudere prospettive di crescita e rispondere alle questioni poste dall'ampliamento dei mercati e dal progresso tecnologico. A fronte di questo sviluppo, in cui giocò un ruolo importante la componente socialista, la CGT restò invece attestata su posizioni di rifiuto. Il dibattito tra le due linee avvenne, aspro, in seno alla Federazione sindacale mondiale (FSM). Con l'acuirsi del contrasto sino-sovietico e col mutare di scenari nella politica interna francese, il clima divenne più consono alla ricerca di un compromesso. Così nel 1965 si costituì il Comitato permanente tra CGIL-CGT, col fine di promuoverne l'inserimento nelle istituzioni europee e di sviluppare lotte comuni transnazionali. La terza fase, 1967-1973, contrassegnata dalla crisi del modo di produzione fordista, vide la definitiva rottura tra le due confederazioni, causata dalle divergenti risposte alla ripresa del conflitto sociale: da un lato la CGIL premeva sui temi dell'unità sindacale e dell'autonomia e, dopo un primo momento, riuscì ad entrare in sintonia con le nuove istanze portate dai movimenti; dall'altro la CGT rimase invece diffidente verso i «faux révolutionnaires». La rottura si giocò anche sul terreno europeo, con la fine, nel 1974, dell'esperienza del Comitato permanente, pochi mesi dopo l'ingresso della CGIL nella Confederazione europea dei sindacati (la CGT vi sarebbe entrata nel 1999).Il volume, che si basa sui fondi archivistici della CGIL, dell'Istituto Gramsci e della CGT, copre un duplice vuoto storiografico: nella storia comparata dei movimenti sindacali, dove scarseggiano studi sui paesi «latini», e nella storia dell'integrazione europea, dove sono stati studiati, in un'ottica generalmente nazionale, soprattutto i sindacati schierati fin dall'inizio a favore della creazione delle Comunità. La forza del libro sta nel riuscire ad ancorare le vicende esaminate all'interno del quadro definito dall'evoluzione interna dei due paesi e dagli sviluppi internazionali, in maniera chiara (anche se la narrazione tende a divagare un po' nelle parti dedicate al confronto nella FSM) e con un sapiente uso della storiografia esistente.


Francesco Petrini