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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Valentino Bompiani. Un editore italiano tra fascismo e dopoguerra

Irene Piazzoni

Milano, LED, 422 pp., Euro 37,00 2007

Si tratta di un libro denso e imponente su Valentino Bompiani, dalla fondazione della casa editrice nel 1929 fino al 1972, quando Bompiani vendette all'IFI. Molto si è scritto su Bompiani fra memorialistica, saggi e convegni (puntualmente citati, insieme alle fonti d'archivio), ma questo volume colpisce per il carattere «complessivo» sull'editore, sulla casa editrice - generalista -, sul clima culturale milanese e italiano fra le guerre e nel dopoguerra, sui rapporti con la politica durante e dopo il fascismo. In questa sede non posso che limitarmi a evidenziare alcuni aspetti a mio avviso di particolare rilievo. Un filo rosso è costituito dal teatro: Bompiani è stato autore teatrale, editore per il teatro (con le collane «Pantheon teatrale», «Pegaso» e la rivista «Sipario»), promotore della nascita del Piccolo di Milano e della cultura teatrale in Italia e all'estero. E dal rapporto con il teatro, l'a. trae proprio lo stile editoriale di Bompiani: «Siamo di fronte, in fondo, a un lettore di vasta e profonda cultura, per giunta aduso, come scrittore di teatro, alla laboriosa prassi maieutica in cui la scrittura consiste» (p. 335), a cui si unisce la vocazione imprenditoriale, che si traduce nell'elaborazione di strategie di produzione e commercializzazione. Un altro aspetto consiste nell'equilibrio con cui viene trattato il rapporto con il regime che, dato l'insieme di autori e consulenti gravitanti attorno alla Bompiani, si allarga con naturalezza a tratteggiare una parte di storia delle élites intellettuali nel ventennio. Bompiani è un editore non ostile e «l'ambiente culturale e politico in cui si muove [...] appare pienamente organico al fascismo» (p. 167). La svolta avviene con la sconfitta militare, che lo porta, nel biennio 1943-45 a rafforzare l'idea di un impegno civile messo al servizio dell'edificazione di una nuova società. Tuttavia, scrive l'a., essa è preparata negli anni precedenti dall'opera corrosiva della censura che dal 1937 colpisce Bompiani sui due piani: quello dell'industriale che si vede bloccare l'uscita dei libri e quello del libero pensatore, editore dei maggiori scrittori americani, inglesi e francesi, che oltre le ragioni della politica e quelle della critica letteraria militante, ha sempre seguito nelle scelte editoriali la sua «preferenza personalissima» (p. 149). L'elenco di titoli fermati dalla censura che occupa senza soluzione di continuità una decina di pagine (pp. 177-185) con le relative motivazioni addotte, ben lungi dall'essere per il lettore un arido accostamento di nomi, diventa uno strumento per addentrarsi nelle ragioni di un dissenso non di matrice ideologica, ma culturale ed esistenziale che ha avuto un suo significato rilevante. Infine, collegandomi all'ultima osservazione: l'indice dei nomi contiene più di 1.700 lemmi, più di 1.300 sono le note, eppure questa non è solo un'opera di paziente erudizione, ma una lettura avvincente, che ci inoltra nel dettaglio dei rapporti fra editore ed autori e dei rispettivi ruoli, fa comprendere le ragioni della nascita e della morte delle collane, ci immerge, pur nel distacco critico, in un'epoca conclusa della storia dell'editoria.


Luisa Azzolini