SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Naples and Napoleon. Southern Italy and the European Revolution 1780- 1860

John A. Davis

Oxford, Oxford University Press, 372 pp., s.i.p. 2006

Nella ricorrenza del bicentenario del Decennio francese nel Regno di Napoli (1806-1815) capita a proposito questo libro di J.A. Davis, che, basato su una cospicua documentazione archivistica e su una aggiornata bibliografia, intende offrire non soltanto un quadro storico del Regno in quel decennio cruciale che vide sul trono partenopeo Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, ma anche un excursus della sua storia a partire dagli anni in cui si interruppe la fase riformista del governo di Ferdinando IV di Borbone fino al 1820-1821 quando la rivoluzione costituzionale pose termine alle speranze dei murattiani, sopravvissuti al cambio di regime, di influenzare l'azione politica di Ferdinando IV, ormai Ferdinando I, re delle Due Sicilie. Il capitolo conclusivo poi tratta succintamente delle vicende del Regno fino alla sua dissoluzione nel 1860. L'ottica del lungo periodo con la quale Davis osserva il Decennio gli consente di dare spessore a eventi che, se indagati nel contesto dei pochi anni in cui durò il regime dei Napoleonidi, non riescono a fornire risposte soddisfacenti ai quesiti che molti storici si sono posti sulla sua natura, sull'impatto che ebbe sulle condizioni di vita delle popolazioni meridionali, sul successo o sul fallimento di alcune delle riforme radicali introdotte nel Regno. Altro pregio del libro è la continua comparazione con le vicende dell'intera Italia e con altre parti d'Europa che vissero, per un numero minore o maggiore di anni, l'esperienza del governo napoleonico. Il tutto, secondo la tradizione anglosassone, è esposto con stile piano e divulgativo, presentando suggestive e affascinanti ricostruzioni di alcuni aspetti della vita meridionale, anche se queste ? in alcuni momenti ? occhieggiano temi che possono attirare l'attenzione di lettori non insensibili al fascino di fenomeni come il brigantaggio o la mafia, considerati come il paradigma delle elementari e diffuse relazioni politiche e sociali vigenti nel Sud d'Italia. Molte sono le domande che si pone Davis, a partire dalla considerazione che le riforme che il Regno conobbe negli anni di Carlo di Borbone e nella prima fase di governo del figlio Ferdinando non furono complessivamente diverse da quelle che riguardarono altri Stati europei, pur se inficiate da una serie di contraddizioni che, nei fatti, le resero in gran parte inoperanti. Perché la Repubblica napoletana conobbe una reazione così forte e crudele come quella sanfedista, perché a Napoli i Napoleonidi introdussero riforme così radicali, perché fallì il tentativo di modernizzare lo Stato e la sua economia, in sostanza, perché ? nonostante tutto ? le due Italie non si riavvicinarono, anche se per una decina di anni o poco più furono rette da sovrani che si ispiravano agli stessi principi di governo? È difficile dare conto in poche righe delle risposte che Davis dà a queste domande. Qui si può dire, con l'autore, che il Mezzogiorno scontò la sua posizione coloniale in economia, che la crisi dell'Antico Regime aveva esacerbato la conflittualità sociale, che il caos nelle finanze e la pesante tassazione non riuscirono a procurare al governo un ampio consenso delle popolazioni, che non si era formata una classe dirigente che riuscisse a distinguere l'interesse pubblico da quello privato.


Angelantonio Spagnoletti