SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La guerra fredda. Cinquant'anni di paura e di speranza

John L. Gaddis

Milano, Mondadori, 326 pp., Euro 19,00 (ed. or. New York, 2005) 2007

Gaddis è un eccellente storico delle strategie statunitensi, e se ha spesso mutato le sue interpretazioni sulle origini del conflitto bipolare (ma sempre entro un alveo occidentalista conservatore) lo ha fatto seguendo i progressi della documentazione, con il conseguente aggiornamento prospettico che può apparire incoerente solo a chi antepone il manicheismo all'investigazione storiografica.Di casa tra gli statisti di Washington che ha saputo raccontare come pochi - sia per empatia culturale che per sapienza storiografica - Gaddis sembra inconsapevole di fronte ad altri soggetti. Perché condensa la storia nell'antagonismo di potenza e il contenzioso ideal-morale, e perché la sua autentica matrice storiografica è l'elaborazione strategica. Ragione per cui quando questa non riesce a rendere conto di trasformazioni come la conclusione della guerra fredda, la sua narrazione deve ricorrere a un deus-ex-machina.In un libro precedente era il Reagan che, andando finalmente a vedere il bluff di un impero sovietico tanto corazzato fuori quanto vuoto dentro, faceva crollare l'intero sistema della guerra fredda, mentre a Stalin era attribuito un ruolo inverso ma analogo nel causare quel conflitto per il suo «romanticismo autoritario» (J. Gaddis, We Now Know, Oxford, 1997, p. 289). In questa più agile narrazione divulgativa Reagan viene affiancato da Giovanni Paolo II, Margaret Thatcher, Deng Xiaoping e Michail Gorba?ev, le cui voci spezzano la pervasiva visione della guerra fredda come ordine immutabile, consentendo di immaginare il suo superamento e far crollare il castello di carte.È questo l'aspetto più discutibile della guerra fredda di Gaddis: il suo essere un ordine di cui si comprende l'origine - ormai non più il principale problema interpretativo - ma la cui durata diventa sempre più inspiegabile conducendo a un epilogo che appare inevitabile. L'idea del guscio vuoto, del colosso che sopravvive a se stesso fino a quando pochi coraggiosi gridano che il re è nudo ha l'inventività seducente di una soluzione favolistica, ma come interpretazione storica è davvero poco convincente. Il corpo della narrazione - che si muove con agilità secondo un ordine approssimativamente cronologico ma sostanzialmente tematico - mostra le luci ed ombre che ci si può attendere da Gaddis. Incisivo, sicuro ed esauriente quando riassume i gesti e le dottrine del confronto di potenza, scivola poi nella semplificazione binaria quando sfiora i contesti socio-culturali, astratti nella pura contesa valoriale tra libertà e autoritarismo. Padrone dei grandi protagonisti dei due regimi, e degli statisti che popolano le due alleanze, preferisce ignorare le trasformazioni dell'economia mondiale che ridefiniscono la contesa storica tra capitalismo e comunismo, così come il rivolgimento antropologico che decentra il posto dell'Occidente e del socialismo nella storia globale.Immaginifico e confortante più che problematico e stimolante, non è un testo che metterei in mano agli studenti, mentre per lo studioso è un libro magari da comodino ma di poca utilità sulla scrivania.


Federico Romero