SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Milano fascista, Milano antifascista

Katia Colombo, Davide Assael

Introduzione di Luigi Ganapini, Milano, Guerini e Associati, 226 pp., Euro 18,00 2007

Katia Colombo e Davide Assael ricostruiscono due mondi inconciliabili, costretti a convivere nella Milano degli anni tra le due guerre mondiali, guardando la città e la sua cultura da due diversi angoli visuali. Assael analizza la profonda riflessione di Piero Martinetti, filosofo antifascista che cerca nella dimensione religiosa la legge etica su cui fondare una democrazia rispettosa della «libertà dell'individuo». Un pensiero che - ha ragione Ganapini nell'Introduzione - non si collega a «correnti o movimenti politici coevi», ma è, per sua natura, politicamente antitetico al modello culturale fascista. Ne nasce un saggio che, in prima battuta, fa giustizia - quanto consapevolmente conta poco - di una recente liquidazione dell'antifascismo, ridotto a sinonimo di comunismo e, di conseguenza, a complice dello stalinismo. Assael ci aiuta a recuperare la complessità e la diversità delle culture che sono alla base dell'antifascismo. Il percorso della speculazione di Martinetti produce un modello di vita e fa riferimento a un sistema di valori che non solo sono antitetici a quelli fascisti, ma hanno ancora qualcosa da insegnarci. Ne esce smantellata la tesi di chi - penso a Sergio Luzzatto - ha negato agli antifascisti la dignità morale per parlare ai nostri giovani. Martinetti ha titoli per fare da maestro alle generazioni nate dopo la tragedia del fascismo. E non è certamente solo. Così come la disegna Assael, la figura del filosofo, che oppone ai miti collettivi del fascismo il rigore della riflessione sul valore etico della libertà, contribuisce a sgombrare il campo dall'equivoco di un antifascismo tutto comunista. Ciò che, naturalmente, non vuol dire che Assael si lasci attrarre dal tema obsoleto della superiorità culturale dell'antifascismo. Katia Colombo, del resto, col suo splendido lavoro sul rapporto tra cultura e fascismo, dimostra che sarebbe fatica vana e anacronistica. Non c'è dubbio. Negli anni del regime, Milano ha talora un ruolo culturale anche significativo, esiste un dibattito articolato tra intellettuali, si mettono in campo sperimentazioni urbanistiche, si vedono all'opera circoli e architetti d'avanguardia, come Banfi e Belgiojoso, il Gruppo7, Rava e Sartoris. Ci sono mille iniziative che passano attraverso l'inquadramento fascista della cultura e Katia Colombo le ricostruisce in maniera pregevole. Non è un caso, tuttavia, che la studiosa muova dalla confusa istanza di rinnovamento di cui sono simbolo la «Casa Rossa» di Marinetti e l'assalto alla sede dell'«Avanti», «tempio del sovversivismo», per giungere al naufragio del progetto culturale fascista, al momento, cioè, in cui l'affermazione di una nuova figura di intellettuale, si scontra «con l'arretratezza tecnico giuridica e culturale di una struttura amministrativa autoreferenziale» (p. 139). È la conseguenza di una «progressiva segregazione in se stessa della cultura» (p. 140). Una segregazione che produce opposizione e repressione, un «marasma oscuro» e il disagio dei giovani arrestati e mandati al confino. «Giovani nostri», annoterà Bottai con parole in cui non serve cercare la prova di una superiorità culturale e morale dell'antifascismo. C'è di più: c'è l'esplicita ammissione della inferiorità del fascismo di fronte all'etica della democrazia.


Giuseppe Aragno