SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L’impresa della cooperazione. 60 anni di storia di Legacoop Ravenna 1950-2010

Raffaella Biscioni, Alessandro Luparini, Tito Menzani

Ravenna, Longo, 385 pp., € 25,00 2013

Gli autori dei saggi e i prefatori del volume sono tutti studiosi specialisti della lunga storia della cooperazione soprattutto italiana, le cui peculiarità nell’Italia liberale, innanzitutto le forme della cooperazione agricola e bracciantile, sono ben note. Il libro descrive, attraverso la vicenda della Legacoop, un territorio che la cooperazione ha plasmato influenzandone il socialismo e la storia anche amministrativa. Gli anni presi in considerazione sono quelli della trasformazione, accelerata soprattutto negli ultimi vent’anni, che ha visto le cooperative passare da esperienze di autorganizzazione interne a un vasto arcipelago – a cui appartenevano anche camere del lavoro, leghe di mestiere e d’industria, associazioni mutue, sezioni di partiti operai – ad articolazioni di un settore definito con la formula di «economia sociale». I saggi descrivono con efficacia gli aspetti propriamente economici (Menzani, soprattutto pp. 111-245) e quelli di creazione di momenti di socialità (Luparini, in particolare pp. 33-69). Importante è stato il ruolo che fra il 1950 e la fine degli anni ’70 ha svolto il Pci, «erede» dell’insediamento socialista nel movimento. Invece a Biscioni si deve un contributo appassionante che commenta le immagini, le foto, i manifesti con cui il movimento cooperativo si è rappresentato ed è stato rappresentato: da quelle tragiche delle distruzioni provocate dalle aggressioni fasciste a quelle razionaliste, gaie e «moderne» adottate soprattutto dalla cooperazione di consumo. In un passo significativo della breve ma densa introduzione (pp. 11-14) si definiscono le trasformazioni del movimento cooperativo, a cui si accennava prima, come un processo tendenzialmente evolutivo dalla subalternità a un ruolo importante nel definire i nuovi compiti del mondo del lavoro come classe dirigente in grado di influenzare i processi economici. Se lo si studia soprattutto in dimensione comparata e nel tempo lungo, si può però constatare che il movimento cooperativo, in particolare nella forma della cooperativa di produzione, si è sempre collocato in un territorio di confine fra integrazione e conflitto. I dirigenti politici liberali della I Repubblica francese – dopo il giugno 1848, in aperta contestazione del dominio incontrastato del mercato del lavoro – suggerivano di finanziare le cooperative perché esse insegnavano agli operai le leggi oggettive del mercato. Molti cooperatori interpretavano la cooperazione come la dimostrazione che si può «fare senza i padroni» o, più semplicemente, come rifugio durante gli scioperi lunghi e difficili. Aspetti letteralmente ambigui, che costituiscono anche l’interesse e, probabilmente, contribuiscono a spiegare la longevità di un movimento di cui questo volume contribuisce a descrivere efficacemente gli sviluppi italiani più recenti.


Maria Grazia Meriggi