SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'alternativa liberista in Italia. Crisi di fine secolo, antiprotezionismo e finanza democratica nei liberisti radicali (1898-1904)

Luca Tedesco

Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, pp. 264, euro 8,00 2003

Parte non secondaria degli studi sui liberisti radicali nell'Italia liberale sembra venata dal rimpianto dell'?occasione mancata?. Tra gli anni Novanta dell'Ottocento ed i primi dieci anni del ?900 la cultura economica e politica italiana avrebbe prodotto una lucida minoranza di intellettuali-politici con solida preparazione economica che avevano letto con rigore e preveggenza le tendenze in atto. La coalizione tra la vischiosità di potenti interessi consolidati e le fughe in avanti di programmi sociali non sorretti da ?razionalità? economica, avrebbe impedito l'assunzione dell'unico progetto realmente razionale, trasformandolo in un insieme di ?prediche inutili?. Non è il caso del lavoro di Luca Tedesco la cui forza sta, appunto, in un'analisi puntuale dei contesti reali in cui si situa la proposte liberista tra i due secoli, un'analisi puntuale capace di operare ?distinzioni? in un'area culturale considerata, in genere e da punto di vista ideologico, quasi del tutto omogenea. Giustamente Tedesco pone al centro della propria attenzione i temi e le problematiche scaturenti dall'urgenza (soltanto proclamata) della riforma per eccellenza, della ?grande riforma?, la riforma tributaria. È su tale tema che, a cavallo dei due secoli, sembra manifestarsi una convergenza dal carattere non occasionale, tra socialisti, socialisti della cattedra, liberisti radicali. Sull'occasionalità o meno di tale convergenza Tedesco s'interroga a partire dalle concezioni teoriche generali di finanza pubblica dei protagonisti messe alla prova nella contingenza specifica della crisi di fine secolo. Ne emerge un quadro mosso: le concezioni sullo ?Stato cooperativo? di De Viti De Marco non coincidevano con quelle di un Pantaleoni che sempre più tendeva a considerare come ?vincolista? qualsiasi intervento pubblico nella vita economica. Sui diversi fili dell'ordito dei liberisti radicali l'autore si muove con sicurezza e ricchezza d'informazione e l'insieme del tessuto che ne risulta appare di un cromatismo assai più spiccato di quanto si sia finora percepito. Non mi sembra tuttavia che la visione complessiva del ruolo esercitato dai liberisti radicali in quel particolare contesto ne risulti sostanzialmente modificata. La convergenza con i socialisti non può non restare occasionale, legata alla crisi della libertà politica ed alla comune lotta contro il dazio di consumo dei farinacei. Per i socialisti il ?privilegio di classe? non poteva ridursi al portato dell'alterazione degli equilibri di per sé armonici del mercato, alterazione dovuta, in genere, ad un intervento pubblico che favoriva alcuni gruppi sociali contro altri. I referenti sociali erano altri e il nodo dell'imposta progressiva pesava come un macigno su tali referenti. Un nodo che i liberisti radicali non intesero sciogliere.


Paolo Favilli