SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Società di massa, giovani, rivoluzione. Il fascismo di Ramiro Ledesma Ramos

Luciano Casali

Bologna, CLUEB, pp. 256, euro 18,00 2002

Coloro che muoiono giovani per le loro idee politiche suscitano comunque pietà e rispetto, soprattutto se non si sono "sporcati" con il potere e sono anzi rimasti intransigenti sulle loro posizioni. E' il caso di Ramiro Ledesma Ramos, allievo di Ortega y Gasset, fondatore della Falange insieme a José Antonio Primo de Rivera, sconfitto nella gara con quest'ultimo per la leadership del partito da cui sarebbe stato espulso, fascista isolato e eterodosso, e infine vittima delle purghe repubblicane nei primi mesi della guerra civile. Un itinerario che nella Spagna franchista e dopo ne avrebbe fatto per alcuni la figura di riferimento di un fascismo autentico da contrapporre, più ancora di quello joseantoniano, alla sua versione ibrida e opportunista imposta dal Caudillo. Un fascista "di sinistra" che, come rileva Casali in questa sua biografia intellettuale, il regime avrebbe ?ignorato, rimosso, falsificato?. Si ha tuttavia l'impressione, soprattutto leggendo i molti suoi scritti che Casali cita o riproduce, che proprio la sua infelice sorte, e quella del fascismo autentico nel regime franchista, abbiano molto contribuito a nobilitarlo. Perché in realtà il suo carattere saliente fu la mediocrità. Non perché fosse un semplice impiegato delle Poste; ché anzi il suo destino di perdente nella lotta con José Antonio, señorito aristocratico, lo rende simpatico. Ma perché gli facevano enormemente difetto creatività e originalità. La stessa idea di trasporre in Spagna il fascismo italiano era puramente imitativa e alla rivista da lui fondata per promuovere l'iniziativa diede nome La conquista del Estado, tale e quale quella di Curzio Malaparte. Ma l'infecondità del suo pensiero si sarebbe ancor più manifestata quando, collocato ai margini della Falange, si sforzò di sottrarsi all'oscurità con la singolarità delle sue posizioni. E' merito di Casali aver richiamato l'attenzione su diversi suoi scritti posteriori alla vittoria del Fronte Popolare in cui non solo si contrappone al ?flaccido patriottismo? della destra tradizionale ma si mette in un atteggiamento di attesa di fronte al nuovo governo, esalta i giacobini francesi e pur restando antimarxista e magnificando la Spagna imperiale dice di preferire ?la camicia rossa di Garibaldi alla camicia nera di Mussolini?. Non era opportunismo. In fondo Ledesma non era molto diverso da molti giovani che, come molti collaboratori della Conquista del Estado che andarono e venirono da gruppi comunisti e libertari, negli anni Trenta non fecero che ?zigzagare tra destra e sinistra?. Forse anche a lui come a loro sarebbe toccato un destino quasi anonimo se non fosse stato abbattuto contro il muro del cimitero di Aravaca.


Gabriele Ranzato