SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato

Mario Isnenghi

Roma, Donzelli, VIII-215 pp., Euro 14,00 2007

Il Parlamento della nuova Italia è un'assemblea abbastanza giovane, chi da ragazzo ha fatto i moti carbonari non ha ancora sessant'anni, i clandestini della Giovane Italia non più di cinquanta, e quegli scranni «sono pieni di scampati alla forca, di martiri mancati, di reduci dalle barricate, dagli esili e dalla galera: non sono ancora vecchi, adesso sono o potranno salire al comando, diventare ministri; e però l'accelerazione storica è stata tale che coloro che hanno pensato e agito hanno ora la possibilità di raccontarsi e di candidarsi essi stessi a storici dell'evento che li ha visti tra gli attori» (p. 65). Inconfondibile nello stile e nel taglio tematico, Mario Isnenghi ripropone in questa «Saggina» donzelliana il tema delle «rotte dell'io» nell'Italia che trascorre dalla stagione dell'illegalismo insurrezionale alla legalità monarchica, che costruisce l'inevitabile miscela di nazione e di ordine pubblico a partire da equilibri/squilibri culturali e psicologici oltre che politici, che - come sempre dopo una guerra o una rivoluzione - rivanga, costruisce, manipola, enfatizza, discredita le memorie individuali e le mitologie collettive. Con un intreccio di canto e controcanto. Producendo le «favole luminose» che raccontano impossibili vittorie e gloriose sconfitte e, insieme, quel «fosco brulichio» che rimugina e rimastica il recente passato nell'ottica del realismo ma anche della faziosità politica. E naturalmente Isnenghi sta dalla parte delle grandi cause, di quei giovani avventurosi che erano andati «a liberare mondi, a combattere draghi» (p. 32), e tratta in modo talvolta sprezzante non tanto chi da sponde legittimiste nega il Risorgimento, quanto piuttosto i cavouriani alla Giuseppe La Farina («il livido manovratore della Società Nazionale», p. 50) e più ancora coloro che, essendone stati protagonisti, lo rileggono col senno del poi, ne fanno un fenomeno divisivo di guerra civile, finiscono per sporcare i propri stessi anni eroici. Il che vale per la schiera degli ex - da Depretis a Cairoli, da Nicotera e Crispi, tutti simili a «Pietro nel giardino degli ulivi» (p. 80) - ma anche per dibattiti assai più recenti, come quello agitato da Ernesto Galli della Loggia sull'illegalismo della violenza risorgimentale.Inutile dire che, di queste riflessioni raffinate e di questa agra vis polemica, il topos per eccellenza - il pane politico più saporito e la rotta dell'io più trasparente - è Garibaldi. Colui che meglio rappresenta l'alternativa tra finire su una forca come un qualunque brigante o diventare l'accorsato monumento della patria. È venuto il momento di dir bene di Garibaldi, scrive l'a., perchè, a dispetto delle schioppettate di Aspromonte, il Generale è il segno di un percorso costruttivo. Incompatibile con il «giusto mezzo», caratterialmente estremo ma capace di obbedienza. Specchio di un rapporto difficilissimo tra le anime della nuova Italia ma per nulla evitabile e, tutto sommato, meno irrisolto di quanto si creda. Oggi, conclude Isnenghi, «fai due passi e, praticamente, in qualunque città d'Italia esci da piazza Vittorio Emanuele ed entri in corso Garibaldi» (p. 146).


Paolo Macry