SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Arcipelago Islam. Tradizione, riforma e militanza in età contemporanea

Massimo Campanini, Karim Mezran

Roma-Bari, Laterza, XXVI-210 pp., Euro 18,00 2007

Le origini e l'evoluzione delle correnti riformiste islamiche contemporanee, nel loro intreccio con la storia e la politica mediorientale e mondiale, sono tema di questo saggio, che aspira a dimostrare da un lato la complessità e l'originalità di tale pensiero, dall'altro a difendere la legittimità di una via islamica alla modernizzazione e alla democrazia. Dall'analisi di movimenti e figure all'interno della galassia riformista, accomunati dalla convinzione di potere, in vari modi, «islamizzare la modernità», discende l'irriducibilità della posizione riformista alle categorie occidentali di laicità (di cui si contesta peraltro l'esistenza) e di libertà individuale, a meno di considerare quest'ultima, con Sayyid Qutb, come libertà dell'individuo dalle passioni, dagli interessi materiali e dalla soggezione ad autorità terrene, e come preludio dell'asservimento a Dio. Non vi è invece, per gli aa., antagonismo con le nozioni di democrazia e di diritti umani, se si ammette che gli interessi della comunità prevalgono su quelli dell'individuo, il che rende possibile accettare ogni violazione dei diritti personali, fino alle pene corporali maggiori per reati quali l'adulterio.Pur negando che l'islam sia una realtà monolitica aliena da interpretazioni pluraliste, gli aa. guardano soprattutto al mondo arabo, sunnita e riformista. Questa prospettiva esclude quasi del tutto l'islam sufi, che è oggi, nella sua inesauribile varietà, la forma prevalente di devozione nel mondo sunnita non arabo. Così, il sincretismo dell'islam indiano, remoto dalla logica cristallina del discorso riformista, appare loro «un problema tormentoso» e «un'anomalia», il sufismo nella sua interezza è sospettato di proporre «una via all'alienazione» (pp. 9-11) e anche dello shiismo essi considerano solo la variante recente del khomeinismo, in quanto portatrice di una teologia islamica della liberazione.Si tratta dunque di un'opera a tesi, come non è infrequente nella saggistica di tema islamico. Più raro è trovare, in un testo che dichiara che «la strada maestra per arrivare a una autentica comprensione del fenomeno dell'Islam contemporaneo è quella storica» (p. V), affermazioni e giudizi altrettanto perentori e militanti su personaggi, eventi e movimenti sui quali il giudizio storico è problematico, molteplice e spesso ancora aperto. Non mi riferisco tanto all'ennesima evocazione della concezione lacrimosa della storia mediorientale, che ne deriva tutti i mali dall'occupazione coloniale e dalla fondazione di Israele, ignorando gli altri attori e interessi in campo e l'interazione complessiva. Più peculiari sono le profezie su movimenti come Hamas e Hizballah, assolti da possibili sviluppi in senso antidemocratico e violento - nonostante la cronaca di tutti i giorni - in virtù di un supposto carattere «nazionale» e «popolare», mentre i teorici riformisti moderati sono visti come «intellettuali organici» gramsciani che preparano l'avvento dello Stato islamico con il radicamento nella società, e di un'organizzazione come al-Qâ?ida si prevede la sconfitta perché «avanguardia sradicata» (pp. 116-8) dalla sua base popolare.


Bruna Soravia