SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Vermicino. L'Italia nel pozzo

Massimo Gamba

Milano, Sperling & Kupfer, XIV-278 pp., Euro 14,00 2007

Il 10 giugno 1981 un bambino di sei anni, giocando su un prato a Vermicino, alle porte di Roma, cadde in un pozzo profondo da cui sarebbe uscito cadavere. Un intera nazione, sotto shock per la scoperta delle liste della Loggia P2 (20 maggio), cercò di salvarlo tra improvvisazione e generosità, mentre il presidente della Repubblica Sandro Pertini sostava nei pressi del pozzo strettissimo in cui invano si calavano acrobati, nani, speleologi. La televisione di Stato inviò i suoi mezzi tecnici per le riprese di cronaca, peraltro ancora ridottissimi (una sola telecamera); il collegamento non terminò, quasi spontaneamente, con la fine del telegiornale e si svolse così la più lunga diretta televisiva della storia italiana: diciotto ore a reti unificate (Rai Uno, Rai Due e per molte ore anche Rai Tre) in nome della neonata, e qui veramente insulsa, concorrenza interna fra reti Rai di diversa filiazione politica.Questo è il tema del reportage che Massimo Gamba ha dedicato alla tragedia di un'Italia che sembra arcaica, rurale e lontanissima. Il podere fra Roma e Frascati, con la casetta (abusiva) in costruzione e il micidiale pozzo privo di qualunque protezione; il bambino, cardiopatico ma dalla forte personalità, che gioca da solo e a un certo punto scompare. Le ricerche a casaccio, che impiegheranno diverse ore per localizzarlo nella profondità del cunicolo. I pompieri che dirigono i soccorsi guidati dall'ing. Elveno Pastorelli, che diventerà poi il primo dirigente della Protezione civile, già costituita ma ancora inoperante. L'assenza di qualunque competenza geologica sul territorio, surrogata da generosi ragazzi di un club speleologico. La scelta fatale di calare nella fenditura del terreno una tavoletta di legno, che si incastrerà a metà strada rendendo ancora più difficili i soccorsi. Il bambino che parla, con una voce percepita chiaramente da tutti i telespettatori, e che scivola sempre più in giù, sfuggendo dalle braccia di un soccorritore. L'accorrere sulla scena della tragedia di un vero circo mediatico: persone che propongono di scendere nel pozzo, di sperimentare qualche loro invenzione, o perfino di calare giù una scimmia ammaestrata.Soltanto con grave ritardo viene tentata la strada che oggi fa parte del protocollo per affrontare simili incidenti: lo scavo di un pozzo parallelo. Giunge sul posto una enorme scavatrice, che abbatte passando muri e filari di vite. Le operazioni saranno rallentate da uno strato impenetrabile di roccia. Al termine di un lavoro frenetico il bambino sarà raggiunto ormai esanime. Una sensazione di impotenza si impadronirà di tutti, seguita da polemiche sull'inefficienza dei soccorsi, le circostanze dell'incidente e il ruolo che ebbero i vari familiari e parenti del bambino.Giulio Nascimbeni sul «Corriere della Sera» si chiese «se esiste il diritto allo strazio, se sia giusto far entrare in milioni e milioni di case quella voce di passero, quel richiamo di infinita paura [?]. Dovere di informazione, si dice. Ma ancora una volta è parso che un confine sia stato valicato».


Enrico Menduni