SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La diplomazia italiana e i paesi arabi dell’Oriente mediterraneo (1946-1952),

Matteo Pizzigallo

Milano, FrancoAngeli, 155 pp., euro 22,00 2008

Professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali alla «Federico II» di Napoli e alla Lumsa di Roma, prolifico studioso di relazioni italo-arabe, l’a. si pone l’obiettivo, con questo snello volume, di ripercorrere le modalità con le quali la diplomazia italiana ricucì i rapporti con l’Egitto, la Siria e il Libano all’indomani della seconda guerra mondiale, in un momento, cioè, in cui la politica estera del governo di Roma era costretta a un profondo ripensamento se non, forse, a una radicale revisione. Il filo conduttore del volume - che si dipana, sfumando, fino al 1954-55 - è rappresentato dallo studio, passo dopo passo, del lavoro svolto al Cairo, Damasco e Beirut dai diplomatici italiani, i quali, superando non pochi ostacoli, riuscirono nell’intento di proporre ai tre paesi una nuova immagine dell’Italia, depurata, dal 1949, dall’abbandono di qualsiasi velleità coloniale e, per questo, particolarmente attraente e potenzialmente propositiva. Nonostante le resistenze opposte da Londra e Parigi, nonostante una posizione internazionale imperfetta fino alla firma del trattato di pace, nonostante una scarsità di risorse che rischiava di condannare all’afonia la politica italiana, Palazzo Chigi ebbe così successo nel porre le basi prima e nello sviluppare poi «rapporti corretti e trasparenti» (p. 9) con i paesi arabi dell’Oriente mediterraneo.Lo sguardo tutto dall’interno proposto dall’a. ha il pregio di far sentire il lettore partecipe di un percorso diplomatico accidentato e dall’esito non scontato, accompagnandolo lungo un racconto dal quale emergono con chiarezza, nell’azione internazionale svolta dall’Italia post 1945 in ambito regionale, gli elementi di continuità e le assonanze con alcune tra le più radicate tradizioni della politica estera di Roma (un esempio su tutti: l’attrazione per le ipotesi di mediazione, alla base della proposta di porsi come arbitro nel contrasto tra la Gran Bretagna e l’Egitto). Ma dal quale emergono anche le evidenti discontinuità e i cambiamenti di passo, traslati nella volontà di elaborare un modello di relazioni con i paesi di nuova indipendenza basato sul mutuo rispetto, il dialogo e la cooperazione, che prendeva così nettamente le distanze dalle abituali formule coloniali.Con altrettanta chiarezza emergono tuttavia anche i limiti intrinseci della strategia italiana, ricca di idee e di entusiasmo ma povera di mezzi, guardata perciò con sufficienza più che con allarme da Londra e Parigi, arroccate nella difesa delle loro storiche zone d’influenza. Ciò - sottolinea Pizzigallo - impose ai diplomatici italiani di muoversi con particolare prudenza e circospezione nella loro azione di promozione della nuova immagine dell’Italia, premessa necessaria di quella «diplomazia dell’amicizia» che il governo di Roma avrebbe sviluppato negli anni successivi con i paesi del Mediterraneo - e non solo quello orientale.


Bruna Bagnato