SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Gli ultimi mohicani. Una storia di Democrazia proletaria

Matteo Pucciarelli

Roma, Alegre, 197 pp., Euro 16,00 2011

Giovane giornalista del gruppo editoriale L'Espresso, Matteo Pucciarelli affronta, in questa sua opera prima, la storia di Democrazia proletaria, dalle origini nei movimenti studenteschi e operai del biennio 1968-69 all'autoscioglimento in Rifondazione comunista nel 1991. Una storia particolarmente articolata che l'a. racconta attraverso il succedersi di vicende emblematiche e testimonianze di protagonisti.Dopo i primi tre capitoli dedicati a tratteggiare l'urto conflittuale delle nuove generazioni alla fine degli anni '60, a presentare i gruppi della sinistra rivoluzionaria e a rendere conto delle aspettative deluse del cartello elettorale di Dp nel 1976, l'a. entra nel merito delle vicende del Partito, ufficialmente costituitosi a Roma nell'aprile 1978, durante i giorni del sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse. Una situazione che, di per sé, segnalava le difficoltà del progetto demoproletario, stretto tra le incalzanti azioni dei gruppi armati di sinistra e la dura politica repressiva dei governi di «solidarietà nazionale». Difficoltà, peraltro, accentuate dalle problematiche relazioni con altri movimenti, in particolare il femminismo e il Settantasette, che misero in discussione la centralità del Partito nell'organizzare ed esprimere il conflitto antisistemico.Gli ultimi quattro capitoli sono dedicati alla storia di Dp negli anni '80. A questa seconda fase si riferisce la citazione del romanzo di James Fenimore Cooper, quando il «piccolo partito dalle grandi ragioni» (p. 71) dovette attraversare un durissimo clima di emarginazione e resistenza sia nel quadriennio passato fuori dal Parlamento (1979-1983) che nel periodo della segretaria di Mario Capanna (1984-1987). Tuttavia, in quel decennio, Dp non solo continuamente si propose come riferimento per le mobilitazioni che segnavano la scena politica, come quelle ambientaliste e pacifiste, ma tentò di rifondare il proprio apparato teorico proprio a partire dalle elaborazioni di quei nuovi movimenti. In questa seconda parte del volume, però, l'a. affronta senza soluzione di continuità alcuni passaggi determinanti nella discussione e nella vita dell'organizzazione, arrivando in un attimo prima alla scissione dei dirigenti «rosso-verdi» (1989) e poi al dibattito congressuale che sancì la confluenza in Rifondazione comunista.Il taglio aneddotico del volume - senza note e con una bibliografia essenziale - rende certo la lettura veloce e piacevole ma, troppo spesso, sacrifica la riflessione storiografica sull'altare di una divulgazione semplificata, sia rispetto al dibattito interno al Partito che alla sua reale capacità di incidere sulle mobilitazioni sociali e sul sistema politico repubblicano. Questa ricostruzione, insomma, si deve collocare in quella ormai ampia pubblicistica di tipo giornalistico, cui interessa raccontare di nomi noti, di vicende scandalose e di lineari continuità, più che contribuire al difficile lavoro di scavo intorno a quella complessa e articolata area politica che fu l'estrema sinistra.


William Gambetta