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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Fabbrica e salario. Stato, relazioni industriali e mercato del lavoro in Italia 1913-1927

Maurizio Bettini

Livorno, Belforte, pp. XX-325, euro 30,99 2002

Delineando, per il periodo 1913-1927, un panorama della storia delle relazioni industriali e della dinamica salariale nel nostro paese, l'autore si trova, consapevolmente, a dover focalizzare la sua attenzione sull'esperienza della Mobilitazione Industriale e sull'evoluzione dei rapporti di lavoro durante la Grande Guerra, tanto da dedicare a questi temi quasi tutti i capitoli del libro. Il conflitto, infatti, incise profondamente sugli equilibri politici e sociali che si erano formati in Italia nel corso dei primi vent'anni di espansione industriale, interrompendo il processo d'integrazione sociale e di democratizzazione del confronto tra capitale e lavoro innescato dalla svolta liberale d'inizio novecento. Di fronte alla crescita salariale dovuta, nel 1915, alla restrizione dell'offerta di lavoro qualificato, lo Stato con la MI abbandona il neutralismo giolittiano per svolgere una funzione di parte nella mediazione sociale, modificando d'autorità il momentaneo squilibrio nel mercato del lavoro con il blocco delle retribuzioni, dei contratti e della mobilità e impedendo il normale svolgimento del conflitto. Una determinazione unilaterale e autoritaria ? non super partes come sostiene un ampio settore della storiografia sulla MI ? delle relazioni industriali che prevede, sì, una legittimazione pro labour e un reciproco riconoscimento delle parti sociali e quindi del sindacato, ma in termini di collaborazione subalterna, imposta e richiesta post factum. Il modello è quello dell'imprenditoria piemontese, uscita vittoriosa dal confronto degli anni 1912-1913, aperta alla contrattazione collettiva ma decisa a limitare il potere di sindacato e Commissioni interne e ad istituzionalizzare le vertenze in funzione anticonflittuale. Modello che funziona fino al 1917 quando la crisi generale del paese e l'accentuata conflittualità dovuta all'esigenza operaia di tener dietro all'inflazione e al costo della vita, riducono la capacità del sindacato di moderare le rivendicazioni e istituzionalizzare la protesta. Di qui una riorganizzazione ? anche su questo punto la tesi dell'autore si discosta da altre interpretazioni della ?svolta? del 1917 ? in senso repressivo e un deciso tentativo, di indebolire fortemente la posizione del sindacato cercando di esautorarne la funzione all'interno della MI e delle fabbriche. Coerente con queste impostazioni, la politica della Mobilitazione sul salario operaio, sui minimi di paga per le donne e la manodopera dequalificata, sui cottimi, sull'impiego del lavoro femminile ? temi largamente trattati nel volume di Bettini sulla base di un'ampia documentazione, soprattutto le carte dell'Archivio Ansaldo, e di cui non si può qui dar conto dettagliatamente ?, sposò appieno le posizioni degli imprenditori, rendendo difficile e spesso frustrante l'azione del sindacato all'interno delle strutture centrali e periferiche della Mobilitazione. Un quadro di riferimento ed una prassi di intervento dello Stato che, maturati nel corso del conflitto, avrebbero pesato, dopo la breve parentesi del dopoguerra, in maniera non trascurabile nel modellare le relazioni industriali durante il fascismo.


Piero Di Girolamo