SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L’offensiva giudiziaria antipartigiana nell’Italia repubblicana (1945-1960),

Michela Ponzani

Roma, Aracne, 104 pp., euro 7,00 2008

Il libro approfondisce un aspetto del dopoguerra italiano solo parzialmente conosciuto, e per lungo tempo scomparso dal panorama della ricerca storica, poiché in contraddizione con le più condivise interpretazioni della storia della Resistenza. Gli equilibri politici dell’Italia degli anni a cavallo tra i ’50 ed i ’60, secondo l’a., diedero un impulso fondamentale al percorso che con rapidità contribuì a definire il «paradigma retorico-celebrativo della Resistenza» (p. 93), necessario a depotenziare la diffusa conflittualità politica e sociale che si andava radicando attorno all’esperienza della lotta partigiana.Il lavoro di Ponzani affronta il lungo periodo nel quale le autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza, con l’assenso più o meno esplicito dei governi succedutisi dopo il 1946 e con il sostegno di un ampio arco di formazioni politiche, agirono nel perseguire molti membri delle formazioni partigiane in relazione a circostanze e vicende ritenute penalmente rilevanti, avvenute nel corso della guerra di liberazione. Mentre l’emanazione di numerosi provvedimenti di amnistia consentiva il reinserimento nelle istituzioni e nella società della grande maggioranza di coloro che, a vario titolo, avevano sostenuto il fascismo, l’azione giudiziaria contro i partigiani proseguì e si intensificò a partire da interpretazioni procedurali e giurisdizionali che avevano come presupposto il «mancato riconoscimento della legittima belligeranza partigiana» (p. 24). Il restringimento dei criteri per il riconoscimento politico dell’azione partigiana si rivelò funzionale al processo di riorganizzazione dello Stato, i cui apparati erano intenti a ridefinire le rispettive sfere di autorità, così frettolosamente abbandonate l’8 settembre del 1943. L’offensiva giudiziaria antipartigiana costituì quindi uno dei tasselli del processo politico ed organizzativo grazie al quale si ricomposero le tradizionali alleanze di quei gruppi e di quei ceti, che in Italia attraversarono sostanzialmente indenni la transizione dal fascismo alla democrazia. A questo scopo si cercò di ridimensionare ed emarginare l’esperienza partigiana, ma soprattutto di sottolinearne i caratteri di eccezionalità e di irripetibilità. Il tentativo di risucchiare la lotta partigiana nel calderone delle «parentesi» della storia italiana, fu ostacolato dalla forza del movimento partigiano, che si dimostrò in grado di esercitare un ruolo ed un peso significativo nel contesto del conflitto politico e sociale nazionale. Ma se i fatti di Genova del 1960 e la diffusa quanto decisa opposizione al governo Tambroni, dimostrarono da un lato che non era possibile immaginare un’Italia senza Resistenza, dall’altro favorirono quel clima di rinnovata unità tra le forze parlamentari, che portò al riconoscimento del mito della Resistenza come «secondo Risorgimento nazionale». Riconoscimento che, pur chiudendo la stagione dell’offensiva giudiziaria, ridimensionò di molto alcuni degli aspetti più innovativi della Resistenza.


Andrea DeSanto