SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Socialisti democratici. Giuseppe Saragat e il Psli (1945-1952)

Michele Donno

Soveria Mannelli, Rubbettino, 541 pp. Euro 30,00 2009

Michele Donno ha studiato il momento genetico della socialdemocrazia italiana e la leadership di Giuseppe Saragat esaminando la formazione nata dalla scissione di Palazzo Barberini: il Partito socialista dei lavoratori italiani, erede della tradizione del riformismo turatiano. Donno assegna all'esperienza di ambasciatore a Parigi di Saragat un ruolo cruciale nella determinazione di una scelta filo occidentale e di una radicale critica al sistema sovietico. Un denso capitolo è dedicato alla decisione di Saragat nella battaglia interna al Psi di valorizzare la tradizione socialista e di contrapporre alla «ingannevole dottrina comunista» l'esperienza della sinistra democratica in Europa. La dimensione internazionale era il fondamento della socialdemocrazia italiana: il Psli, dopo una contrastata fase iniziale, ottenne il sostegno del socialismo europeo organizzato nel Comisco. La rinascita europea, per intellettuali e politici del Psli, era nel connubio tra europeismo e socialismo, ma la collocazione nel mondo bipolare non era una semplice variante del federalismo europeo e non fu un passaggio scontato in un partito intriso di tradizioni pacifiste e neutraliste proprie del vecchio riformismo. Il terza forzismo condizionò il confronto sul Patto atlantico anche se il piano Marshall prima e il chiaro indirizzo europeo dopo finirono per decretarne il rapido superamento, mentre la socialdemocrazia italiana riservava una crescente attenzione e poi una decisa approvazione verso il sistema di vita e di valori che arrivava dagli Usa. La dimensione internazionale aveva anche altri aspetti: nel libro emerge il dramma organizzativo e finanziario dei socialdemocratici rispetto al gigantismo dei grandi partiti di massa e delle loro imponenti risorse. Un divario che il Psli cercò in minima parte di attenuare attraverso l'aiuto di sindacati e forze politiche occidentali. L'altro elemento cruciale di questa stagione fu la ricerca di una funzione nazionale per un partito che non aveva il consenso e i mezzi dei suoi omologhi europei. La socialdemocrazia non rinunciò alla sua tradizionale visione laica delle istituzioni che ispirò la dura contrapposizione al voto cattocomunista sull'art. 7 della Costituzione. Fu però attraverso il riformismo degasperiano che il Psli poté definire un ruolo nel sistema politico italiano. La pianificazione dell'intervento pubblico fu segnata da Roberto Tremelloni, l'intellettuale e politico socialdemocratico più attivo ed influente nel primo ventennio repubblicano, tra i principali teorici protagonisti dell'attuazione del piano Marshall in Italia. Uno sguardo particolare è rivolto da Donno alla presenza dei socialdemocratici nel governo, un altro impegno caratterizzato da rotture e divisioni. Nonostante questo il Psli non rinunciò alla scelta occidentale e, pur con difficoltà e divisioni, continuò la collaborazione governativa sostenendone i punti cruciali: la liberalizzazione degli scambi e la riforma agraria, la riorganizzazione dell'intervento pubblico e la costruzione dei primi pilastri del welfare italiano, prendendo poi decisa posizione a favore della politica europeista e, come per la guerra di Corea, sempre decisamente a fianco delle democrazie occidentali.


Carmine Pinto