SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Piccola patria, grande guerra. La Prima Guerra Mondiale a Reggio Emilia,

Mirco Carrattieri, Alberto Ferraboschi (a cura di)

Bologna, Clueb, 299 pp., euro 27,00 2008

Quanto conta la «nazione» nella terra del «socialismo integrale»? Che ruolo giocano le élites borghesi nel contendere ai socialisti il consenso popolare in una provincia padana e in una città come Reggio Emilia? La semantica del discorso pubblico in una realtà locale tra età giolittiana, Grande guerra e origini del fascismo è solo un riflesso della politica nazionale o piuttosto siamo di fronte a un laboratorio? Sono temi su cui si misura un volume che tenta di verificare le dinamiche che, alla distanza, sposteranno il baricentro politico di una delle piccole patrie del socialismo. Se, comunque lo si declini, il linguaggio della nazione non è estraneo nemmeno ai «rossi», all’appuntamento della Grande guerra la borghesia reggiana arriva ben più attrezzata e capace di tradurre un orientamento ideologico numericamente minoritario in efficaci strumenti di mobilitazione patriottica.Ai curatori si devono i due corposi saggi della prima parte del volume. Contributi in qualche modo programmatici, di ampio respiro ma allo stesso tempo analitici, che trattano in maniera compiuta la politica reggiana dall’inizio del ’900 all’avvento del regime fascista. A Reggio, nazionalismo, irredentismo e patriottismo sono espressione di un liberalismo maturo, certo antisocialista e antigiolittiano, ma che riesce, tanto nella campagna interventista che durante la guerra, a raccogliere i frutti di una elaborazione teorica di lungo periodo. Si tratta di un «vario nazionalismo» che dirà la sua anche nel biennio rosso e che non mancherà, pur in ritardo rispetto ad altre zone dell’Emilia, di fornire i quadri del fascismo locale.Nella seconda parte del volume si prende in esame l’impatto della guerra sulla società reggiana attraverso saggi affidati ad autori diversi: Fabio Montella, Francesco Paolella, Elda Paterlini Brianti, Michele Bellelli, Alessandro Gazzotti e Attilio Marchesini. Il territorio della provincia è interessato fin dai primi mesi dall’arrivo di un migliaio di prigionieri di guerra, concentrati a Scandiano e utilizzati sia nei cantieri stradali che nei lavori agricoli. Ma dopo Caporetto sarà la volta dei profughi friulani e veneti - oltre 7.000 ospitati in vari comuni con uno sforzo economico, logistico ed umanitario non indifferente - e dei soldati sbandati dell’esercito italiano che vengono riorganizzati e riaddestrati. Infine, al termine del conflitto, in Emilia sorgono tre grandi centri di raccolta per quasi 270.000 ex prigionieri italiani. Reggio è sede anche di un manicomio civile in cui vengono ricoverati i cosiddetti «matti di guerra» e, dal gennaio del 1918, di un Centro psichiatrico militare, voluto e diretto da Placido Consiglio che, applicando un rigido interventismo eugenetico, lo trasforma in un «laboratorio di medicina politica». Più tradizionali e più scolastici risultano gli altri contributi sulla mobilitazione femminile, l’influenza spagnola e il monumento ai caduti di Reggio Emilia.


Daniele Ceschin