SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I neri e i rossi. Terrorismo, violenza e informazione negli anni Settanta

Mirco Dondi (a cura di)

Nardò, Edizioni Controluce, 341 pp., euro 20,00 2008

Nel pieno del rapimento Moro, McLuhan dichiarò che la conoscenza del terrorismo passava per la comprensione della sua comunicazione, perché questa era elemento chiave della sua strategia, il primo dei mezzi di propaganda, reclutamento e azione ideologica. Così, comprendere in che modo si costruisce la percezione sociale del terrorismo nella sfera mediatica si è rivelato un terreno fertile di ricerca, nel quale si inserisce ora questo volume, nato da un panel dei Cantieri di Storia del 2005, che raccoglie otto saggi sui terrorismi di destra e di sinistra, nell'Italia degli anni '70 che si apre a Piazza Fontana.I diversi aa. si pongono uno stesso fine: guardare ai modi della costruzione delle notizie, della comunicazione, dell'interpretazione dei fatti violenti, per vedere in che termini le logiche comunicative del terrorismo si sono intrecciate e sono state governate da una sfera mediatica dove agivano interessi differenti, che non si sono sempre posti in frontale contrasto con quelli terroristi. La prima delle due parti in cui è diviso il volume, dedicata a come gli opposti estremi politici hanno rappresentato la violenza, si apre con Giannuli che problematizza la categoria di terrorismo quale risultato di un percorso storico, giuridico e mediatico, prosegue con Guerrieri che guarda all'estrema destra di Terza posizione e Panvini alla storia del quotidiano «Lotta continua», dal '69 al '78. Nella seconda parte, l'attenzione si concentra sui modi del racconto dell'informazione visti attraverso alcuni eventi forti della parabola dei fenomeni violenti: il golpe Borghese (Dondi), la strage di Peteano (Pastore), la vicenda Moro (Flamigni e Moroni), la Germania della Raf (Tolomelli), la strage di Bologna (Oliva). Entrano allora in scena depistaggi, disinformazioni, letture falsate in modo più o meno consapevole ? con giornalisti informatori del Sid ? che disegnano un processo composito, il quale nel costruire la realtà sociale del terrorismo definisce, per converso, quella dell'antiterrorismo quale pratica e quadro ideologico-culturale attraverso cui combattere e isolare le pratiche terroristiche.Gli aa. si basano soprattutto su materiale a stampa e in parte su alcune relazioni alla magistratura di Giannuli ? già consulente delle Commissioni Stragi e Mitrokhin ? e nell'insieme sembrano dar corpo a una definizione dello stesso Giannuli, che vede nel terrorismo un «laboratorio della paura», un precipitato di interessi divergenti che agiscono e strumentalizzano i modi di percezione della realtà in funzione di obiettivi politicoideologici. I diversi saggi vedono questo laboratorio come prodotto diretto delle logiche rigidamente binarie della guerra fredda, finalizzato in primo luogo a ostacolare l'ascesa del Pci e il suo ingresso al governo. Una lettura che può contare ormai su una ampia e consolidata letteratura, e che, come dimostra quest'utile e composita indagine sulla sfera mediatica, non manca di ricostruzioni e spunti illuminanti, ma che, al tempo stesso, non riesce ad apparire esaustiva della complessità del fenomeno terroristico e del contesto in cui esso è maturato e si è espresso.


Emmanuel Betta